Un volume dedicato ai dipinti e agli schizzi del Premio Nobel accompagna un convegno internazionale in quattro città. Il 18 ottobre, un dialogo tra artisti e testi teatrali riporta al centro l’eredità creativa di Dario Fo.
La pittura come origine del gesto teatrale, il disegno come prima forma di racconto, il colore come linguaggio capace di anticipare la parola. A dieci anni dalla scomparsa di Dario Fo, avvenuta il 13 ottobre 2016, una nuova iniziativa culturale invita a rileggere l’opera del Premio Nobel attraverso una dimensione della sua creatività che il grande pubblico conosce meno: quella pittorica.

Un libro dedicato ai suoi dipinti e schizzi, un convegno internazionale articolato in quattro città e un appuntamento previsto per il 18 ottobre, nel quale gli artisti dialogheranno con i testi teatrali, compongono un percorso di approfondimento che restituisce centralità al rapporto tra arti visive e rappresentazione scenica.
È un’occasione per osservare Dario Fo da una prospettiva differente rispetto a quella tradizionalmente legata al teatro politico, alla satira e alla drammaturgia. Prima ancora di essere riconosciuto come uno dei protagonisti della scena culturale europea del Novecento, Fo aveva infatti sviluppato una sensibilità figurativa destinata ad accompagnarlo per tutta la vita.
La sua produzione pittorica non rappresenta un episodio marginale della carriera, né una semplice attività parallela alla scrittura. Costituisce una componente importante del suo metodo espressivo, nel quale immagini, personaggi, movimenti e narrazione partecipano a una medesima costruzione artistica.
Dario Fo pittore: le radici di una vocazione artistica
Per comprendere il significato di questa riscoperta occorre tornare agli anni della formazione. Nato il 24 marzo 1926 a Sangiano, in provincia di Varese, Dario Fo cresce in un ambiente nel quale il racconto orale, l’osservazione della vita quotidiana e la cultura popolare esercitano un’influenza profonda sulla sua immaginazione.
La sua educazione artistica passa anche attraverso gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, dove entra in contatto con il linguaggio figurativo e con una concezione dell’arte che pone al centro la capacità di osservare, interpretare e rappresentare la realtà.
Questa esperienza contribuisce a definire un tratto essenziale della sua personalità creativa: la tendenza a pensare attraverso le immagini.
Il disegno diventa uno strumento per organizzare lo spazio, studiare i personaggi, immaginare le situazioni e tradurre le intuizioni in forme riconoscibili. Una modalità di lavoro che conserverà la propria importanza anche quando il teatro assumerà un ruolo dominante nella sua attività.
La relazione tra pittura e scena appare particolarmente significativa perché permette di individuare una continuità tra due linguaggi apparentemente distinti. Nel dipinto, come nella rappresentazione teatrale, Fo ricerca una sintesi immediata tra figura, movimento ed espressione.
Il corpo umano, con le sue deformazioni, i suoi gesti e le sue tensioni, diventa il luogo privilegiato di questa ricerca. La mimica, l’esagerazione dei tratti e la costruzione dinamica delle figure sono elementi che appartengono tanto all’universo pittorico quanto a quello della recitazione.
Da questa prospettiva, la sua attività figurativa offre una chiave interpretativa per comprendere meglio la natura profondamente visiva del suo teatro.
Un libro per rileggere dipinti e schizzi del Premio Nobel
La pubblicazione di un volume dedicato ai dipinti e agli schizzi di Dario Fo assume un significato particolare nell’ambito delle iniziative per il centenario della nascita.
Il materiale annunciato permette di concentrare l’attenzione su una produzione che, pur essendo parte integrante della sua esperienza artistica, è rimasta meno presente nell’immaginario collettivo rispetto alle opere teatrali.
Il termine inedito, associato alla presentazione di questo percorso editoriale, richiama soprattutto l’interesse verso materiali e aspetti della sua attività meno conosciuti. In assenza di indicazioni puntuali sulle singole opere riprodotte, non sarebbe corretto considerare automaticamente tutti i dipinti e gli schizzi come mai pubblicati o mai esposti.
Resta invece evidente il valore culturale di una lettura organica della sua produzione visiva.
Un disegno può rivelare la fase iniziale di un’intuizione. Uno schizzo può conservare il movimento di un personaggio prima ancora che questo trovi la propria definizione sulla scena. Un dipinto può rendere visibile una sensibilità estetica che, nella scrittura teatrale, assume altre forme.
L’importanza di un simile lavoro editoriale risiede proprio nella possibilità di mettere in relazione questi elementi, evitando di considerare l’opera figurativa come una curiosità biografica.
Per la critica d’arte, la questione è particolarmente interessante. Studiare Dario Fo pittore significa confrontarsi con un autore che attraversa linguaggi differenti senza riconoscere confini rigidi tra le discipline.
Nella sua esperienza, il disegno può assumere una funzione preparatoria, narrativa oppure autonoma. La pittura può diventare memoria, invenzione, commento e interpretazione. Il teatro, a sua volta, può trasformarsi in una composizione visiva nella quale il corpo dell’attore costruisce immagini in movimento.
Questa interazione costituisce uno degli aspetti più originali del suo percorso creativo.
Il convegno internazionale e il confronto in quattro città
Accanto al progetto editoriale si colloca un convegno internazionale distribuito in quattro città, iniziativa che amplia il dibattito sull’eredità culturale di Dario Fo.
La dimensione internazionale appare coerente con il percorso di un autore la cui attività ha superato ampiamente i confini italiani, raggiungendo pubblici differenti per lingua, tradizioni teatrali e sensibilità politica.
Il riconoscimento più significativo di questa diffusione arriva nel 1997, quando Fo riceve il Premio Nobel per la Letteratura.
L’assegnazione del premio rappresenta un momento fondamentale nella storia del teatro italiano contemporaneo, perché attribuisce rilevanza internazionale a una ricerca drammaturgica profondamente legata alla tradizione popolare, alla satira e alla funzione critica della rappresentazione.
Un convegno dedicato alla sua opera offre oggi l’opportunità di approfondire anche questioni che il successo teatrale ha talvolta lasciato in secondo piano.
Tra queste, il rapporto con la pittura, il ruolo della cultura figurativa nella costruzione della scena e la relazione tra l’immagine e il racconto.
L’articolazione dell’iniziativa in quattro città suggerisce inoltre una volontà di confronto culturale diffuso, capace di coinvolgere prospettive di studio differenti.
La rilevanza dell’appuntamento, tuttavia, non dipende soltanto dalla sua estensione geografica. Risiede soprattutto nella possibilità di interrogare nuovamente un patrimonio artistico complesso, sottraendolo al rischio di una lettura esclusivamente celebrativa.
Ricordare un autore significa anche sottoporne l’opera a nuove domande, riconoscerne le contraddizioni, analizzarne i metodi e verificarne la capacità di dialogare con il presente.
Il 18 ottobre gli artisti dialogano con i testi teatrali
Uno dei momenti annunciati è quello del 18 ottobre, quando gli artisti saranno chiamati a confrontarsi con i testi teatrali di Dario Fo.
L’iniziativa pone al centro un rapporto particolarmente fertile: quello tra l’opera scritta e la sua possibile interpretazione attraverso altri linguaggi artistici.
Un testo teatrale, infatti, non esaurisce la propria esistenza nella pagina. Nasce per essere interpretato, trasformato in azione, attraversato dalla voce e dal corpo. La sua struttura contiene una dimensione visiva che può essere sviluppata attraverso la scenografia, il disegno, la pittura e altre forme espressive.
Nel caso di Fo, questa relazione appare ancora più evidente.
I suoi personaggi possiedono una forte identità gestuale. Le situazioni drammaturgiche si costruiscono spesso attraverso contrasti immediatamente percepibili. La comicità nasce dal ritmo, dall’esagerazione, dal rapporto tra il corpo e lo spazio.
La possibilità di avvicinare questi testi attraverso uno sguardo artistico contemporaneo permette quindi di considerare la drammaturgia come un patrimonio aperto a nuove interpretazioni.
Il dialogo tra artisti e scrittura teatrale può inoltre favorire una riflessione sulla permanenza delle immagini nella memoria culturale.
Alcune opere continuano a essere rappresentate perché affrontano questioni sociali e umane che non si esauriscono nel periodo storico della loro composizione. Altre conservano la propria forza attraverso il linguaggio, la struttura narrativa o la capacità di mettere in discussione comportamenti e convenzioni.
Il teatro di Fo riunisce molti di questi elementi, offrendo materiali che possono essere studiati tanto dal punto di vista letterario quanto da quello figurativo.
Tra pittura e teatro, una concezione unitaria dell’arte
L’aspetto forse più interessante della figura di Dario Fo riguarda la difficoltà di separare rigidamente le diverse componenti della sua attività.
Pittura, scrittura, recitazione, regia e ricerca storica convivono all’interno di un percorso caratterizzato da continui scambi.
Per Fo, la rappresentazione visiva è spesso un modo per comprendere il funzionamento di un racconto. La figura umana non viene concepita soltanto come un soggetto da riprodurre, ma come un organismo espressivo capace di comunicare attraverso la postura, il movimento e la relazione con lo spazio.
Questa impostazione trova corrispondenze nella tradizione del teatro popolare italiano, dove il gesto ha frequentemente preceduto o accompagnato la parola.
La commedia dell’arte, il linguaggio dei giullari, le forme della narrazione orale e il patrimonio della cultura medievale costituiscono riferimenti importanti nella ricerca dell’autore.
Si tratta di un universo nel quale il confine tra espressione artistica e comunicazione pubblica è particolarmente sottile.
Il pittore e l’attore condividono una medesima necessità: rendere percepibile un’idea.
Nel primo caso, attraverso la composizione, il segno e il colore. Nel secondo, mediante il corpo, la voce e il tempo scenico.
Fo attraversa entrambe le dimensioni con una libertà che rappresenta uno dei tratti distintivi della sua produzione.
La sua pittura, letta in rapporto al teatro, consente quindi di affrontare una questione più ampia: quanto un linguaggio artistico possa influenzarne un altro e in quale misura la formazione figurativa contribuisca alla costruzione di un’identità creativa.
Il segno, il colore e la forza espressiva della figura
La ricerca pittorica di Dario Fo presenta caratteristiche che meritano attenzione anche indipendentemente dalla sua notorietà teatrale.
Uno degli elementi ricorrenti è la centralità della figura, spesso interpretata attraverso un segno energico e una forte accentuazione espressiva.
Il suo linguaggio figurativo non persegue necessariamente una riproduzione neutrale della realtà. Privilegia piuttosto la capacità dell’immagine di comunicare una situazione, un carattere o una tensione.
La deformazione può diventare uno strumento narrativo. Il movimento può prevalere sulla descrizione analitica. Il colore può contribuire alla costruzione emotiva della scena rappresentata.
In questo senso, il suo lavoro si inserisce in una tradizione artistica che riconosce al disegno una funzione interpretativa, oltre che descrittiva.
È una distinzione importante, soprattutto quando si affronta l’opera di un autore conosciuto principalmente per un’altra disciplina.
Il rischio, infatti, è quello di valutare la produzione pittorica esclusivamente alla luce della fama del suo creatore, attribuendole importanza per ragioni biografiche anziché per le sue qualità espressive.
Un approccio critico rigoroso richiede invece di osservare le opere, studiarne la costruzione, riconoscerne le scelte formali e collocarle nel contesto della ricerca artistica dell’autore.
La notorietà di Dario Fo può favorire l’attenzione del pubblico, ma non sostituisce l’analisi delle immagini.
Proprio per questo, una pubblicazione dedicata ai suoi lavori figurativi può contribuire ad ampliare il campo della discussione, offrendo ulteriori elementi per una valutazione complessiva della sua esperienza.
Oltre 350 opere per ricostruire il pensiero per immagini
Il progetto editoriale trova una sua precisa identità nel volume Dario Fo. Disegno prima di scrivere. Il pensiero per immagini, pubblicato da Rizzoli Lizard il 13 ottobre 2026.
Curato da Mattea Fo, Stefano Bertea e Guido Harari, con una prefazione dello storico dell’arte Salvatore Settis, il libro raccoglie oltre 350 opere e materiali, molti dei quali inediti o poco conosciuti.
Dipinti, bozzetti, schizzi, manifesti, locandine, appunti e materiali di lavoro vengono riuniti in un percorso che attraversa le diverse stagioni della vita artistica e personale dell’autore.
L’operazione assume un interesse documentario significativo perché permette di osservare la continuità del processo creativo, dalle prime intuizioni figurative fino alla costruzione di una poetica teatrale riconoscibile a livello internazionale.
Tra i lavori presentati figurano un autoritratto del 1945 realizzato a matita e acquerello, un ritratto di Franca Rame con le mani intrecciate e il manifesto Fo Carnaval, realizzato per il Carnevale di Viareggio del 1985.
Sono testimonianze appartenenti a momenti differenti, che consentono di riconoscere la varietà degli interessi figurativi dell’artista.
L’autoritratto giovanile permette di avvicinarsi alla fase formativa; il ritratto di Franca Rame richiama una dimensione personale e affettiva; il manifesto testimonia invece il rapporto tra immagine e comunicazione pubblica.
Il libro è stato presentato il 13 ottobre alla Libreria Rizzoli, nella Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, con la partecipazione dei curatori e di Gad Lerner. Una seconda presentazione è prevista domenica 18 ottobre a Perugia, nell’ambito di UmbriaLibri, alle 17.30, presso la Sala Falcone Borsellino del Palazzo della Provincia.
L’elemento più rilevante rimane la possibilità di accedere a una selezione ragionata di materiali provenienti dall’Archivio Rame Fo, patrimonio documentario fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’attività della coppia.
Franca Rame, una presenza indispensabile nella storia artistica di Fo
Qualunque ricostruzione della vita e dell’opera di Dario Fo risulterebbe incompleta senza considerare il ruolo di Franca Rame.
Attrice, autrice e protagonista dell’impegno civile italiano, Rame ha condiviso con Fo un lungo percorso umano e professionale, contribuendo in maniera determinante alla costruzione di un linguaggio teatrale che ha segnato la seconda metà del Novecento.
La loro collaborazione non può essere ridotta a una semplice divisione tra scrittura e interpretazione. È stata un’esperienza di creazione condivisa, nella quale sensibilità differenti hanno trovato una forma espressiva comune.
Franca Rame ha portato sulla scena una presenza attoriale di straordinaria intensità, accompagnata da una consapevolezza sociale che ha reso il teatro uno spazio di confronto sulle condizioni della donna, sulle disuguaglianze e sui rapporti di potere.
Il loro lavoro ha attraversato momenti storici complessi, affrontando temi controversi e suscitando reazioni differenti nel pubblico e nel dibattito culturale.
La dimensione politica della loro attività è inseparabile dalla ricerca artistica, ma non ne esaurisce il significato.
Rame e Fo hanno infatti contribuito a rinnovare le modalità della rappresentazione teatrale, valorizzando il rapporto diretto con gli spettatori, la forza del racconto e la capacità dell’attore di trasformare una situazione quotidiana in un’esperienza scenica.
La presenza di Franca Rame nel nuovo volume e nelle iniziative del centenario ricorda che una parte fondamentale dell’eredità di Fo appartiene a una storia artistica costruita insieme.
Quattro mostre in Umbria per conoscere il Fo pittore
Il centenario comprende anche quattro mostre dedicate alla produzione figurativa di Dario Fo, organizzate tra Spoleto, Perugia e Gubbio.
Le esposizioni consentono di affiancare alla lettura del volume l’esperienza diretta delle opere, elemento essenziale per comprenderne le qualità formali e materiali.
Il programma espositivo si estende fino al 2027: la conclusione delle mostre è prevista per il 25 aprile, con l’eccezione dell’esposizione perugina, che terminerà il 10 gennaio.
L’iniziativa contribuisce a restituire visibilità a un patrimonio artistico che merita di essere analizzato con strumenti propri della storia dell’arte.
L’osservazione diretta dei dipinti permette infatti di valutare aspetti che la riproduzione editoriale può documentare soltanto parzialmente: la consistenza del segno, la costruzione cromatica, la relazione tra le figure e lo spazio, le dimensioni e le caratteristiche dei supporti.
Anche la distinzione tra schizzo preparatorio e opera compiuta assume un’importanza particolare.
Un bozzetto può conservare la rapidità di un pensiero ancora in formazione, mentre un dipinto può rappresentare il risultato di una ricerca più articolata. Entrambi possiedono un valore documentario, ma richiedono criteri di lettura differenti.
Per questo motivo, l’interesse suscitato dalle esposizioni potrebbe favorire ulteriori studi sulla produzione figurativa di Fo, contribuendo a definirne con maggiore precisione la collocazione nella storia artistica del secondo Novecento.
Da Milano a Pisa, il centenario diventa ricerca culturale
Il convegno internazionale dedicato a Dario Fo e Franca Rame si sviluppa attraverso quattro sessioni, distribuite tra ottobre e novembre 2026.
La prima si è svolta a Milano il 12 e 13 ottobre, coinvolgendo l’Università degli Studi, l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Università IULM.
Al centro degli incontri il rapporto tra Fo, Rame e la città lombarda, con approfondimenti dedicati alla stampa, alla musica, alla pittura, alla televisione e alle esperienze teatrali.
La seconda sessione è prevista dal 16 al 18 ottobre alla Libera Repubblica di Alcatraz, a Santa Cristina di Gubbio, con particolare attenzione all’archivio, alla memoria e all’attualità dell’opera dei due artisti.
Il programma proseguirà a Roma dal 26 al 28 ottobre, coinvolgendo la Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre, per affrontare il tema della trasmissione dei saperi, della pedagogia e dell’autoformazione.
In questo contesto troveranno spazio anche riflessioni sulla comicità e sui rapporti con figure fondamentali della tradizione teatrale, tra cui Totò e Bertolt Brecht.
Il Nuovo Teatro Ateneo ospiterà inoltre un omaggio a Dario Fo con Ascanio Celestini, Andrea Cosentino, Horacio Czertok e Mario Pirovano.
L’ultima sessione si svolgerà il 3 e 4 novembre all’Università di Pisa, con il convegno Dario cantastorie centenario, dedicato alle affabulazioni, alle commedie e ai percorsi plurilinguistici e intermediali di Fo e Rame.
Il programma prevede anche uno spettacolo di Marco Baliani al Teatro Nuovo, il 3 novembre.
L’intero percorso è promosso dalla Fondazione Fo Rame e dal Comitato Nazionale per il Centenario, in collaborazione con università e istituzioni culturali.
A Perugia il teatro torna a confrontarsi con i suoi interpreti
Particolare attenzione merita l’appuntamento del 18 ottobre all’Auditorium San Francesco al Prato di Perugia, dove alle 20.30 si svolgerà Dario Fo: Qui si fa teatro!
L’incontro riunirà artisti e compagnie provenienti da diversi Paesi europei, tra cui Italia, Francia, Inghilterra e Spagna.
Tra i partecipanti annunciati figurano Marina De Juli, Chiara Francini, Giorgio Gallione, Lodo Guenzi e Daniel Raggett, insieme ad altri interpreti internazionali.
Il confronto sarà dedicato ad alcuni dei testi più rappresentati di Fo e Rame, tra cui Coppia aperta, quasi spalancata!, Morte accidentale di un anarchico e Tutta casa, letto e chiesa!
La scelta di queste opere appare significativa perché consente di attraversare temi differenti, dalle relazioni personali alla critica delle istituzioni, fino alla condizione femminile.
La loro presenza nei repertori teatrali internazionali dimostra come la drammaturgia di Fo e Rame abbia trovato interlocutori anche al di fuori del contesto culturale nel quale è nata.
Il dialogo tra interpreti appartenenti a tradizioni differenti può mettere in evidenza le trasformazioni che un testo attraversa quando viene rappresentato in un altro Paese.
Cambiano la lingua, i riferimenti sociali, le convenzioni sceniche e le aspettative del pubblico. Rimane però la necessità di preservare il rapporto tra struttura drammatica, ritmo e significato.
È proprio questa capacità di attraversare contesti differenti a rendere interessante lo studio della fortuna internazionale di Fo.
Il centenario come occasione di studio, oltre la celebrazione
Nel 2026 ricorrono contemporaneamente i cento anni dalla nascita e i dieci anni dalla morte di Dario Fo.
Due anniversari che invitano a distinguere il valore della commemorazione da quello della ricerca.
La celebrazione restituisce visibilità a una figura importante della cultura italiana. Lo studio, invece, permette di approfondirne l’opera, riconoscere materiali meno conosciuti e proporre interpretazioni fondate su nuove analisi.
Il libro dedicato alla pittura rappresenta un contributo in questa direzione.
Portare alla luce bozzetti, dipinti e schizzi significa ampliare il patrimonio disponibile per studiosi, artisti e lettori, rendendo possibile una conoscenza più articolata della personalità creativa di Fo.
Allo stesso tempo, il convegno internazionale e le mostre offrono occasioni di confronto tra discipline che spesso procedono separatamente.
La storia del teatro incontra la critica d’arte, la letteratura dialoga con la ricerca archivistica e la memoria biografica si confronta con l’analisi dei linguaggi.
Questa prospettiva interdisciplinare appare particolarmente adatta a un autore che ha costruito la propria identità proprio attraverso il continuo attraversamento delle forme espressive.
La sfida culturale consiste nel riconoscere l’unità di questa esperienza senza cancellarne la complessità.
L’eredità di Dario Fo tra memoria e nuove interpretazioni
A un secolo dalla nascita, Dario Fo continua a occupare una posizione particolare nella storia culturale italiana.
La sua figura resta legata alla capacità di trasformare il teatro in uno spazio di partecipazione, critica e invenzione, ma la riscoperta della pittura permette di allargare lo sguardo verso le radici della sua immaginazione.
Il volume pubblicato per il centenario, le esposizioni umbre e il convegno internazionale contribuiscono a ricostruire un percorso nel quale il disegno precede frequentemente la parola e l’immagine accompagna la nascita del racconto.
Il valore di questa iniziativa risiede soprattutto nella possibilità di restituire autonomia e dignità critica a una componente della sua produzione artistica che merita attenzione per le proprie caratteristiche espressive.
Dario Fo pittore non è una figura separata dal drammaturgo, dall’attore o dal regista. È una delle manifestazioni di una personalità che ha cercato, attraverso linguaggi differenti, di rappresentare la condizione umana con ironia, partecipazione e libertà inventiva.
La pittura diventa così una testimonianza della continuità del suo pensiero artistico, mentre il teatro ne rappresenta una delle espressioni pubbliche più conosciute.
Il centenario offre l’occasione per riconoscere questa relazione e per approfondire, attraverso le opere, la complessità di un protagonista del Novecento.
Rimane un’immagine particolarmente significativa: quella di un artista davanti a un foglio bianco, impegnato a costruire attraverso il segno ciò che successivamente avrebbe potuto trasformarsi in racconto, gesto o rappresentazione.
È forse in questa dimensione originaria, lontana dagli applausi e dai riconoscimenti internazionali, che si può incontrare una parte essenziale della creatività di Dario Fo.
Prima del palcoscenico, prima delle parole, prima ancora che una storia trovasse la propria voce, esisteva già un’immagine.
Ed è proprio da quell’immagine che oggi prende forma una nuova lettura della sua eredità artistica.
