Il grande maestro dell’arte contemporanea internazionale si racconta in un dialogo esclusivo con Antonetta Carrabs. Dalla rivoluzione dei quadri specchianti al Terzo Paradiso, dalla responsabilità sociale dell’artista al dialogo tra religioni e scienza: una riflessione profonda sulla libertà, sulla pace e sul ruolo dell’arte nella costruzione di una nuova coscienza collettiva.
Michelangelo Pistoletto: quando l’arte diventa coscienza, libertà e responsabilità
Intervista esclusiva di Antonetta Carrabs
Esistono incontri capaci di superare i confini di una conversazione, trasformandosi in occasioni di conoscenza, di confronto e, talvolta, di autentica consapevolezza. Incontri nei quali le parole assumono un significato che va oltre la loro immediata espressione, perché custodiscono il percorso umano e intellettuale di chi ha dedicato la propria esistenza alla ricerca, alla creazione e alla comprensione del rapporto tra l’individuo e il mondo.

È in questa dimensione che si colloca l’intervista esclusiva realizzata da Antonetta Carrabs a Michelangelo Pistoletto, protagonista indiscusso dell’arte contemporanea internazionale e figura centrale di quella straordinaria stagione di rinnovamento artistico e culturale che, dalla seconda metà del Novecento, ha profondamente trasformato il linguaggio delle arti visive.
Pistoletto appartiene a quella rara categoria di artisti la cui opera non si esaurisce nella dimensione estetica, ma diventa pensiero, interrogazione filosofica e responsabilità civile. La sua ricerca ha attraversato generazioni, movimenti culturali e trasformazioni sociali, mantenendo una coerenza intellettuale che trova nella relazione tra essere umano, natura e società il proprio principio fondamentale.
Dai celebri quadri specchianti, che hanno rivoluzionato il rapporto tra opera e spettatore, fino alla concezione del Terzo Paradiso, il suo percorso artistico rappresenta una continua esplorazione dei confini tra identità individuale e dimensione collettiva. L’arte, nella sua visione, non può limitarsi a rappresentare la realtà: deve partecipare alla sua trasformazione, contribuendo a costruire nuove forme di equilibrio, convivenza e consapevolezza.
Intervistare Michelangelo Pistoletto significa dunque entrare in contatto con un pensiero che considera la creatività una forza generatrice, capace di mettere in relazione discipline, culture, religioni e sistemi sociali apparentemente distanti.
Nel dialogo con Antonetta Carrabs emerge un artista che, pur avendo raggiunto un riconoscimento internazionale, conserva la disponibilità al confronto e la capacità di affrontare le grandi questioni dell’esistenza con una lucidità sorprendente. Le sue parole attraversano il significato dell’identità, il mistero della creazione, il rapporto tra arte e scienza, la necessità del dialogo interreligioso e l’urgenza di una pace che non sia soltanto assenza di conflitto, ma costruzione consapevole di nuove relazioni umane.
Il suo pensiero invita a riconsiderare il ruolo dell’artista nella società contemporanea, restituendo alla libertà creativa una dimensione etica che appare sempre più necessaria.
L’intervista si sviluppa come un percorso attraverso alcuni dei concetti fondamentali della ricerca di Pistoletto. Al centro, una convinzione destinata a emergere con particolare forza: la libertà autentica non può essere separata dalla responsabilità verso gli altri e verso il mondo che abitiamo.

L’intervista esclusiva di Antonetta Carrabs
Intervistare Michelangelo Pistoletto, uno dei maestri dell’arte contemporanea internazionale, fra i creativi più influenti del XX e XXI secolo, è stato come attingere ad una sorgente: ogni sua parola, misurata e colma, mi ha restituito quel grande concetto dell’essenza originaria della creazione e dell’arte. Il maestro si apre generosamente alla narrazione con la padronanza mite di chi ha fatto della sua arte un impegno sociale e civile. E allora capisci che puoi far tesoro di quegli approdi di significato e di conoscenza che ti invitano a riposizionarti nel mondo.
Domanda: Maestro, la sua ricerca ha ridefinito il rapporto tra l’arte, lo spettatore e la società. Partirei dal cuore pulsante del suo lavoro per esplorare come la creatività possa farsi strumento di trasformazione. Con i quadri specchianti negli anni 50/60 ha introdotto lo spazio e il tempo reali dentro l’opera, rendendo lo spettatore e l’ambiente coautori dell’immagine. A distanza di decenni, in un’epoca dominata da schermi digitali e specchi virtuali digitali, in che modo il suo specchio continua ad interpellare la nostra identità e il nostro senso di presenza?
“Lo specchio è stato per me pura rinascita nella ricerca della mia presenza nel mondo. Riflettevo la mia immagine per dichiarare a me stesso la volontà di scoprire la mia identità. Nella ricerca sul chi fossi, prima della nascita di quest’arte, non avevo trovato risposte. Poi, finalmente, capii che, nel creare occasioni per pormi davanti a me stesso in un’opera d’arte, avrei potuto dare vita ad una creazione di ricerca della verità e della luce: un percorso che mi ha condotto lungo vie intense di significato e anche di mistero. Nel mio dialogo con l’universo lo specchio nasceva con la pittura: la tela stessa diventava uno strumento e l’opera. Nell’esatto punto di incontro in cui l’artificio e la natura si fondono abitando lo spazio reale, l’uomo si connette all’universo con la sua parte più misteriosa e profonda, in un’energia rigeneratrice. Quell’universo che, in tutta la sua magnificenza, mi è esploso quando ho incominciato a dipingere sulla tela nera, resa specchiante dalla fluidità della vernice trasparente: ed è lì che l’ho percepito dentro l’opera. Era lo stato della conoscenza. Da quel momento è incominciato, per me e per la mia arte, un percorso nuovo dove non ero più io a decidere: la mia volontà era la volontà dell’universo che si manifestava attraverso l’arte e la scienza con un’energia luminosa inarrestabile. Avevo compreso che lo specchiarsi era fenomenologia ricomposta, era poetica dell’esistente, era dialogo diretto con il mondo nel quale l’arte diventava responsabilità”.

Domanda: nel corso della sua straordinaria carriera ha sempre sostenuto che l’arte non deve restare confinata nei musei ma deve assumere una responsabilità attiva nella società. Penso al progetto di Cittadellarte e alla Terza terra. Il suo pensiero è visionario, ma nello stesso tempo rivoluzionario. Come si traduce oggi concretamente l’idea di un’arte che si fa cura e generatrice di processi di cambiamento civile? Dalla Cittadellarte nasce lo Statodellarte. Questo passaggio è necessario affinché la conoscenza possa farsi azione attraverso una riorganizzazione civica e artistica basata su una Costituzione il cui principio centrale deve essere la libertà dell’uomo, del suo pensiero, dell’arte e della co-creazione sociale. L’arte deve assumere un ruolo politico, deve essere responsabilità sociale, deve dialogare con le scienze e le religioni, deve essere impresa sociale, culturale, economica. Bisogna restituire all’arte un ruolo primario nella società contemporanea. L’artista non deve limitarsi a produrre oggetti estetici, ma deve responsabilizzarsi nel mettere in comunicazione tutti i settori della società dalla politica, all’economia, alla religione, all’educazione”.
Domanda: Lei ha sempre guardato alle grandi tradizioni religiose e spirituali non come a sistemi dogmatici separati, ma come a matrici originarie di senso e di unione per l’umanità, penso al concetto di “unità delle religioni” unito alla responsabilità dell’arte. In questa nostra contemporaneità le fedi vengono spesso strumentalizzate per dividere, in che modo l’arte può farsi “luogo sacro” laico, spazio di riconciliazione capace di ricollegare lo spirito umano alla vita e alla terra?
“Durante questo mio cammino nell’arte ho sempre cercato di rendere fluido il dialogo con le religioni. Oggi viviamo la guerra mondiale delle religioni. E’ necessario partire dall’equilibrio interreligioso per stabilire relazioni di pace. E’ importante e necessario che l’arte sia anche politica: deve favorire il dialogo fra le religioni e le scienze, elementi che compongono l’umano, e farli funzionare in maniera organica per il superamento dei conflitti. Bisogna ridefinire, attraverso lo stato dell’arte, una nuova costituzione, la ricerca realistica attraverso proposte pratiche. Stiamo lavorando ad un progetto globale: connettere le ambasciate di Cittadellarte nel mondo per trasformare l’arte in uno strumento di responsabilità sociale, politica e rigenerazione comunitaria. L’obiettivo è quello di promuovere azioni locali legate alla sostenibilità, al dialogo interculturale, alla “Pace Preventiva” e alla democrazia attiva, coinvolgendo scuole, istituzioni, artisti e cittadini”.

Domanda: nel rielaborare il segno matematico dell’infinito con l’aggiunta del cerchio centrale, lei ha trasformato un concetto astratto in una geometria viva, capace di incarnare il passaggio dalla dualità al Terzo Paradiso come momento di sintesi e di cura. In un’epoca in cui le parole e i legami rischiano spesso la frammentazione, in che modo questo “segno” può diventare oggi uno strumento attivo di ascolto e di rigenerazione per la comunità umana?
“Nel mio libro La Formula della Creazione ripercorro in 31 tappe il cammino umano, artistico e filosofico, lungo il quale ho collegato il fermento germinale della mia arte alla genesi dell’Universo e di una nuova società. Bisogna riconsiderare i cardini della nostra esistenza. Bisogna assumersi responsabilità verso noi stessi, verso l’altro, verso la natura di cui facciamo parte per poter comprende come affrontare il passaggio epocale che l’umanità sta affrontando, fagocitata dalla generale crisi dei sistemi che essa stessa ha creato. Usare la Formula della Creazione per divenire coautori di una nuova società. Nella mia formula la linea dell’infinito dà vita alla creazione dell’universo: la linea, incrociando sé stessa due volte, crea il finito nell’infinito: una dualità che, incontrandosi nel cerchio centrale, dà vita alla creazione di tutto l’esistente, alla massa di energia, allo spazio tempo. Conquistare l’infinito con l’arte vuol dire farci un’idea di quello che siamo virtualmente oltre a ciò che siamo fisicamente. L’intelligenza artificiale percorre virtualmente l’infinito anche là dove fisicamente non possiamo giungere. Giorno per giorno l’umanità si sta autodistruggendo bisogna passare alla pratica della pace, bisogna intervenire sulle scuole per creare equilibrio. Bisogna diventare veicoli per costruire nuovi percorsi di formazione. Creare nuovi maestri che siano punti di riferimento della nuova società, dare loro elementi per formare i giovani affinché siano capaci di connessione pratica. Umanizzare la didattica e la cura.
Domanda: se dovesse lasciare una consegna o una parola chiave a chi oggi si avvicina all’arte non solo come vocazione etica e civile, quale sarebbe?
“Più sei libero e più sei responsabile. Più l’arte si fa libera da vincoli formali, più l’artista dovrebbe farsi carico della società in cui opera. La libertà individuale non è un assoluto isolato, ma una grandezza direttamente proporzionale alla responsabilità etica e sociale che ciascuno deve assumersi verso l’altro e verso l’ambiente. L’autonomia creativa perde valore se non diventa strumento di trasformazione, coesione e interazione responsabile della vita nell’intero mondo creato dall’umano.”

La libertà dell’arte come responsabilità verso il futuro
Le parole di Michelangelo Pistoletto restituiscono all’arte una funzione che attraversa la dimensione estetica per raggiungere quella profondamente umana della responsabilità. Nel suo pensiero, l’artista diventa un soggetto attivo della società, chiamato a interpretare le contraddizioni del presente e a contribuire alla ricerca di nuovi equilibri.
È una concezione che attribuisce alla creazione artistica una responsabilità culturale e civile, senza rinunciare alla libertà espressiva che ne costituisce il fondamento.
Il dialogo condotto da Antonetta Carrabs permette di cogliere questa visione nella sua dimensione più autentica, attraverso un percorso che parte dall’identità individuale e arriva alla necessità di una coscienza collettiva.
Lo specchio, elemento centrale della ricerca di Pistoletto, diventa così una metafora della relazione tra l’essere umano e la realtà. Riflettere significa riconoscersi, ma anche accettare la presenza dell’altro, comprendendo che nessuna identità può essere pienamente definita al di fuori delle relazioni che la costituiscono.
Allo stesso modo, il Terzo Paradiso rappresenta una proposta di ricomposizione tra dimensioni che la modernità ha spesso contrapposto: natura e artificio, individuo e comunità, progresso e sostenibilità.
Particolarmente significativo è il richiamo all’educazione, indicata come uno degli ambiti fondamentali nei quali costruire le condizioni di una trasformazione autentica. La formazione delle nuove generazioni assume, in questa prospettiva, un valore che supera la semplice trasmissione delle conoscenze per diventare esercizio di responsabilità, dialogo e partecipazione.
La riflessione sulla pace, infine, restituisce al linguaggio artistico una funzione di mediazione tra culture e sensibilità differenti. Una pace che, nella visione del maestro, richiede iniziative concrete, capacità di ascolto e volontà di superare le contrapposizioni.
Il pensiero di Pistoletto e la mostra UR_RA alla Villa Reale di Monza
Il rapporto tra arte, spiritualità e responsabilità sociale trova un’ulteriore espressione nel progetto espositivo UR_RA – Unity of Religions – Responsibility of Art, inaugurato il 1° novembre 2025 alla Villa Reale di Monza e previsto fino a gennaio 2027.
La mostra, curata da Francesco Monico e promossa dal Consorzio Villa Reale e Parco di Monza insieme a Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, si inserisce nel percorso di ricerca che il maestro dedica al dialogo tra le grandi tradizioni religiose e alla possibilità di individuare nell’arte uno spazio condiviso di incontro.
L’iniziativa richiama uno dei temi centrali dell’intervista: la necessità di riconoscere nella diversità delle esperienze spirituali un patrimonio umano da mettere in relazione, anziché un motivo di separazione.
È proprio in questa prospettiva che il pensiero di Michelangelo Pistoletto continua a interrogare il presente, invitando istituzioni, artisti e cittadini a considerare la cultura una componente essenziale della vita civile.
Una lezione di umanità oltre i confini dell’arte
Non soltanto una lezione di estetica ma una chiamata ad una nuova cittadinanza, in cui l’arte smette di essere soltanto contemplazione per farsi responsabilità quotidiana, cura e relazione. Ci lasciamo con questa certezza: l’arte rimane il laboratorio umano più alto, il luogo in cui l’io e l’altro smettono di confluire nel conflitto per ritrovare la forma di un futuro condiviso. Un invito a farsi specchio limpido in cui la libertà di ciascuno impara finalmente a riconoscere custodia e bellezza nella responsabilità verso l’altro. L’arte smette, così, di essere un’eccezione per diventare la regola quotidiana con cui decidiamo di abitare il mondo. Nel silenzio che segue le sue parole, la formula resta nell’aria come una risonanza: “più si è liberi e più si è responsabili.” Un’equazione semplice, eppure rivoluzionaria.

