Il libro di Charles Spencer su Diana riapre le ferite del 1997: accuse a Carlo, il ruolo di Elisabetta e la dura replica di Buckingham Palace.
Ci sono morti che il tempo consegna alla storia e altre che la storia, invece, continua a restituire al presente. La morte di Diana appartiene alla seconda categoria. A quasi trent’anni dalla notte di Parigi, il libro di Charles Spencer su Diana riporta al centro della scena non soltanto la principessa più celebre del Novecento britannico, ma anche il rapporto irrisolto tra la sua memoria e la monarchia.
Il volume si intitola Swan Song: Diana, My Sister e sarà pubblicato il 22 settembre 2026, alla vigilia del trentesimo anniversario della morte di Diana. Charles Spencer, IX conte Spencer e fratello della principessa, vi ricostruisce la vita della sorella e soprattutto i giorni drammatici che seguirono l’incidente di Parigi del 31 agosto 1997.

Non è soltanto un memoir familiare. È un racconto soggettivo, dichiaratamente personale, che arriva da una figura che occupa una posizione singolare: Spencer è contemporaneamente fratello della donna scomparsa, zio materno di William e Harry e protagonista di quella memorabile cerimonia funebre nella quale, davanti al mondo, pronunciò una delle più celebri orazioni dedicate a Diana.
Ed è proprio qui che il libro diventa materia giornalistica: perché molte delle sue affermazioni riguardano episodi privati e conversazioni di quasi trent’anni fa, dunque difficili da sottoporre oggi a una verifica indipendente.
Il libro di Charles Spencer su Diana e la frattura con Carlo
Il nucleo più esplosivo delle anticipazioni riguarda il rapporto fra Spencer e l’allora principe Carlo nei giorni successivi alla morte di Diana.
Secondo il racconto contenuto nel memoir, i due ebbero una discussione telefonica sulla presenza di William e Harry al corteo funebre. Spencer, che allora si sarebbe opposto alla partecipazione dei due ragazzi, avrebbe sostenuto che Diana non avrebbe voluto vedere i propri figli costretti a sfilare dietro il suo feretro.
È in questo contesto che Spencer attribuisce a Carlo una frase particolarmente dura: secondo il conte, l’allora principe avrebbe detto che Diana sarebbe stata presto dimenticata. La ricostruzione è stata pubblicata in anticipo attraverso la serializzazione del libro e ha provocato una rara risposta di Buckingham Palace.
La questione, però, va tenuta nei suoi esatti confini. Non siamo davanti a una dichiarazione contemporanea registrata, a un documento d’archivio o a una testimonianza indipendente appena raccolta. Siamo davanti al ricordo scritto da Spencer quasi trent’anni dopo l’episodio. È una distinzione fondamentale.
Il palazzo non ha confermato la ricostruzione. Al contrario, un portavoce ha osservato che il dolore del lutto fraterno può alterare ragionamento, giudizio e memoria anche a distanza di molti anni. La replica, per il linguaggio abitualmente prudente della monarchia britannica, è stata insolitamente diretta.
Spencer, dal canto suo, ha ribadito la propria versione, sostenendo di ricordare con precisione quella conversazione e di averne parlato all’epoca con persone a lui vicine.
Il punto non è dunque stabilire attraverso una formula sommaria chi abbia ragione. Il punto giornalistico è un altro: due memorie private si confrontano pubblicamente, e una delle due appartiene oggi al sovrano del Regno Unito.
Il fantasma del 31 agosto 1997
Per capire la forza di queste rivelazioni bisogna tornare a quella settimana.
Diana morì a Parigi il 31 agosto 1997, a 36 anni, dopo l’incidente avvenuto nel tunnel di Place de l’Alma. Il funerale si celebrò a Westminster Abbey il 6 settembre. La Royal Family ricorda ufficialmente quella giornata come il culmine di un’immensa manifestazione di dolore pubblico.
Ma la morte di Diana fu anche una crisi istituzionale.
La principessa era stata divorziata da Carlo appena un anno prima. Nel 1996 aveva perso lo stile di Her Royal Highness, pur continuando a essere conosciuta come Diana, Princess of Wales. La stessa monarchia riconosce oggi che quella decisione fu concordata fra la regina, Carlo e Diana.
Nel memoir Spencer sostiene inoltre che Elisabetta II avrebbe successivamente preso in considerazione la possibilità di restituire a Diana, dopo la morte, il titolo HRH. Secondo il suo racconto, la proposta gli sarebbe stata comunicata da Robert Fellowes, allora segretario privato della regina, mentre il feretro veniva trasferito verso Althorp, la residenza degli Spencer nel Northamptonshire.
Spencer afferma di aver rifiutato l’idea perché, a suo giudizio, una restituzione postuma non avrebbe avuto più alcun significato per Diana.
Anche qui, la cautela è d’obbligo: si tratta di una rivelazione contenuta nel memoir e riportata dalle anticipazioni, non di un provvedimento ufficiale della Corona.
La circostanza, tuttavia, illumina una contraddizione storica: il titolo che aveva rappresentato per Diana una ferita durante il divorzio diventa, nel racconto di Spencer, un simbolo di possibile riparazione dopo la morte.
È una dinamica quasi tragica nella sua semplicità. Il riconoscimento arriva, forse, quando non può più essere vissuto.
Elisabetta II: il problema non è soltanto ciò che fece, ma ciò che rappresentò
Le nuove rivelazioni riportano in primo piano anche Elisabetta II, benché il libro non costruisca contro di lei la stessa accusa diretta formulata nei confronti di Carlo.
Nel 1997 la regina fu sottoposta a una pressione pubblica enorme. La famiglia reale rimase inizialmente a Balmoral, mentre Londra si riempiva di fiori, messaggi e manifestazioni spontanee di cordoglio. Il 5 settembre Elisabetta pronunciò un discorso televisivo alla nazione, rendendo omaggio a Diana e riconoscendone esplicitamente il calore umano e la capacità di ispirare gli altri.
La monarchia uscì comunque da quei giorni profondamente segnata.
Il contrasto fra il lutto popolare e il linguaggio istituzionale della Corona divenne uno dei grandi simboli della crisi della monarchia contemporanea. Diana aveva trasformato il rapporto fra personaggio pubblico e pubblico in qualcosa di nuovo: non più soltanto rappresentanza, ma identificazione emotiva.
La monarchia, al contrario, apparteneva ancora a una grammatica fatta di riserbo, continuità, disciplina e controllo.
Il conflitto era quasi inevitabile.
E il libro di Spencer lo riapre attraverso la memoria di chi, quella frattura, la visse dall’interno.
Carlo nel mirino: tra testimonianza e memoria
Le anticipazioni più recenti attribuiscono a Spencer anche un’altra descrizione particolarmente significativa: quella del tono con cui Carlo avrebbe reagito alla notizia della morte di Diana.
Il conte racconta che l’allora principe gli sarebbe apparso, al telefono, sorprendentemente sollevato, utilizzando un’immagine estremamente forte per descriverne il tono. Secondo Spencer, Carlo avrebbe potuto considerare la morte della ex moglie anche alla luce della possibilità di sposare Camilla Parker Bowles, la donna che amava.
È una delle affermazioni più delicate del volume perché riguarda non un comportamento pubblico, ma uno stato d’animo attribuito a una persona in una circostanza irripetibile.
Non esiste modo, oggi, di verificare direttamente il tono di quella telefonata. È quindi essenziale distinguere il fatto documentato dalla memoria personale: Diana morì il 31 agosto 1997; Carlo ricevette la notizia e si trovava a Balmoral con la famiglia; tutto ciò che riguarda le intenzioni interiori o il tono emotivo della conversazione appartiene invece alla testimonianza di Spencer.
Questa distinzione non riduce necessariamente l’importanza del memoir. Ne definisce il genere.
Swan Song non è un verbale giudiziario. È la memoria di un fratello.
Ed è proprio la natura soggettiva del testo a renderlo, contemporaneamente, potente e problematico.
Il matrimonio, le ferite e le nuove rivelazioni su Diana
Le anticipazioni non si limitano alla morte.
Spencer racconta anche il periodo precedente al matrimonio del 1981, sostenendo che Diana gli avrebbe confidato dubbi profondi sulla decisione di sposare Carlo. Secondo il memoir, la principessa avrebbe riferito al fratello che Carlo le aveva detto di essere molto felice di sposarla, ma di non essere realmente innamorato di lei.
La relazione fra Carlo e Diana è, naturalmente, uno degli episodi più studiati della storia contemporanea britannica. I due si sposarono il 29 luglio 1981, ebbero William nel 1982 e Harry nel 1984, si separarono nel 1992 e divorziarono formalmente nel 1996.
Il memoir aggiunge inoltre episodi relativi alla sofferenza psicologica di Diana e riferisce altre sue confidenze sulla vita matrimoniale.
Sono passaggi che richiedono particolare prudenza. Il dolore personale non è un dato statistico e una memoria familiare non può essere trasformata automaticamente in diagnosi, prova definitiva o ricostruzione clinica.
Spencer racconta ciò che ricorda. Il lettore deve sapere distinguere il ricordo dalla verifica documentale.
Perché il libro arriva adesso
La risposta è contenuta nella stessa dichiarazione dell’autore.
Spencer ha spiegato che l’approssimarsi del trentesimo anniversario della morte di Diana lo ha convinto a mettere per iscritto i propri ricordi, dopo anni nei quali, a suo dire, la storia della sorella sarebbe stata raccontata attraverso ricostruzioni e opinioni che considera inesatte.
La scelta del momento è tutt’altro che irrilevante.
Il trentesimo anniversario non è una semplice ricorrenza. È una soglia della memoria. Una generazione che aveva vissuto Diana come protagonista assoluta dell’immaginario globale si avvicina al momento in cui la sua esperienza diventa definitivamente storia, mentre per i più giovani Diana è soprattutto un’immagine, un archivio fotografico, una figura filtrata dai documentari e dalle piattaforme digitali.
Spencer sembra voler intervenire proprio su questo passaggio: non soltanto raccontare la sorella, ma fissarne una versione familiare prima che il personaggio storico venga definitivamente separato dalla persona.
Il titolo, Swan Song, contiene già questa ambivalenza: canto del cigno, ultimo grande racconto, ma anche congedo.
Una monarchia costretta a fare i conti con il proprio passato
La vicenda assume un rilievo più ampio perché Carlo oggi non è più il principe coinvolto nella tormentata storia matrimoniale degli anni Ottanta e Novanta. È il re.
Ogni rivelazione sul passato viene quindi letta attraverso il presente.
La monarchia britannica ha costruito per decenni la propria sopravvivenza sulla continuità. Ma la continuità ha un prezzo: ciò che viene sepolto istituzionalmente può riemergere come memoria privata.
È accaduto con Diana. È accaduto con le memorie di altri membri della famiglia reale. E continua ad accadere perché la monarchia non è soltanto un’istituzione costituzionale: è anche una gigantesca macchina narrativa, alimentata da fotografie, biografie, documentari, memoir e testimonianze.
In questo senso, Swan Song non è un’anomalia. È l’ennesimo capitolo di una lunga contesa su chi abbia il diritto di raccontare Diana.
La famiglia reale possiede gli archivi istituzionali e la memoria della Corona. Gli Spencer possiedono una memoria familiare diversa. I figli di Diana possiedono quella più dolorosa: quella dei bambini diventati adulti sotto lo sguardo del mondo.
Nessuna di queste prospettive, da sola, può esaurire la storia.
Gli scenari futuri: cosa potrà cambiare dopo il 22 settembre
La pubblicazione integrale di Swan Song il 22 settembre potrebbe spostare il baricentro della vicenda. Finora l’opinione pubblica ha conosciuto soprattutto estratti selezionati e anticipazioni. Il libro completo consentirà di comprendere se le rivelazioni più clamorose costituiscano il cuore dell’opera oppure episodi inseriti in una narrazione più ampia e affettiva.
L’editore presenta infatti il volume non soltanto come una raccolta di rivelazioni, ma come il primo racconto esteso di Diana scritto dal fratello. Il progetto dichiarato da Spencer è quello di restituire una figura complessa: carismatica, affettuosa, insicura e irriducibile alle semplificazioni.
Per Buckingham Palace, invece, il problema è soprattutto quello della memoria e della risposta pubblica. La replica già diffusa sul racconto di Spencer mostra che il palazzo non intende lasciare completamente senza risposta le accuse che coinvolgono direttamente il sovrano.
Resta una domanda più profonda: quanto può ancora incidere Diana sulla legittimità narrativa della monarchia, a quasi tre decenni dalla sua morte?
La risposta non dipenderà soltanto dalle vendite del libro o dai titoli dei tabloid. Dipenderà dalla capacità del pubblico di separare la persona dal mito, la testimonianza dalla prova, il dolore dalla ricostruzione storica.
La memoria di Diana non appartiene più a nessuno
La forza del libro di Charles Spencer su Diana sta, paradossalmente, proprio nella sua imperfezione documentaria. È il racconto di un fratello, non l’ultima parola sulla principessa.
Ma forse è questo il punto che la vicenda rende ancora una volta evidente. Diana è morta nel 1997, ma la sua storia continua a essere contesa perché nessuno è riuscito a chiuderla definitivamente dentro una sola versione.
Elisabetta II è morta nel 2022. Carlo è oggi re. William e Harry sono uomini adulti. La generazione che vide Diana entrare nella storia attraverso le fotografie di Londra e Parigi è ormai diversa da quella che la conosce attraverso gli archivi digitali.
Eppure basta una frase ricordata dopo quasi trent’anni, una telefonata, un titolo perduto, una decisione sul corteo funebre per riaccendere la stessa domanda: chi racconta davvero il passato?
Il libro di Charles Spencer su Diana non risolve quella domanda. La rende più difficile. Ed è proprio per questo che, prima ancora di essere un libro sui Windsor, è un libro sulla memoria: sulla sua fragilità, sul suo potere e sulla sua ostinata capacità di tornare, quando tutti pensavano di aver finalmente chiuso la porta.
