A dieci anni dal sisma del Centro Italia, il 66,3% delle opere pubbliche programmate non ha ancora raggiunto il cantiere. L’analisi di ActionAid.
A dieci anni dal sisma del Centro Italia, la ricostruzione pubblica restituisce un quadro nel quale il tempo trascorso si misura non soltanto negli anniversari, ma soprattutto nelle opere che attendono ancora di diventare cantieri. Due interventi pubblici su tre, infatti, non hanno ancora raggiunto la fase materiale dei lavori. È quanto emerge dall’analisi di ActionAid contenuta nel report “Dieci anni dopo: i dati raccontano”, dedicato allo stato della ricostruzione dell’edilizia pubblica nei territori colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016.
I numeri, aggiornati al 30 aprile 2026 e ottenuti dall’organizzazione attraverso una richiesta di accesso agli atti, descrivono una ricostruzione ancora lontana dal completamento. Complessivamente risultano programmati 3.667 interventi, per un valore superiore a 4,85 miliardi di euro. Tuttavia, il 66,3% delle opere si trova ancora nelle fasi precedenti all’apertura effettiva del cantiere. Soltanto il 33,6% è invece entrato nella fase esecutiva o conclusiva.
Dietro le percentuali c’è una questione che supera la dimensione amministrativa. Ricostruire una scuola, un municipio o una struttura sanitaria significa restituire servizi, quotidianità e prospettive a territori che da dieci anni convivono con le conseguenze di una delle più drammatiche sequenze sismiche della storia recente italiana.

Sisma Centro Italia, il 66,3% delle opere prima del cantiere
La fotografia elaborata da ActionAid consente di osservare nel dettaglio l’avanzamento della ricostruzione pubblica nelle quattro regioni interessate.
Nelle Marche, 1.243 interventi risultano ancora nelle fasi che precedono l’avvio dei lavori, pari al 66,4% del totale regionale. In Abruzzo sono 446, corrispondenti al 61,5%. Nel Lazio la percentuale raggiunge il 69,7%, con 365 opere, mentre in Umbria sono 378 gli interventi che non hanno ancora raggiunto il cantiere, pari al 69,2%.
Differenze territoriali che non modificano la sostanza del problema: a distanza di un decennio, una quota consistente dell’edilizia pubblica programmata deve ancora trasformarsi in lavori concretamente avviati.
Secondo ActionAid, il ritardo non può essere letto esclusivamente attraverso la lente delle procedure tecniche e amministrative. La ricostruzione degli edifici pubblici rappresenta infatti uno degli elementi essenziali per consentire alle comunità di continuare a vivere nei luoghi colpiti, mantenendo servizi, relazioni sociali e senso di appartenenza.
La questione diventa ancora più rilevante nei piccoli centri dell’Appennino, dove la disponibilità di una scuola, di un presidio sanitario o degli uffici comunali può incidere direttamente sulla possibilità di restare, lavorare e costruire il proprio futuro nel territorio.
Nei 44 Comuni più colpiti sette interventi su dieci attendono
Il quadro appare particolarmente significativo osservando i 44 Comuni maggiormente colpiti dal terremoto. Qui sono stati programmati complessivamente 1.544 interventi, per un valore di circa 2,1 miliardi di euro, pari a circa il 42% delle opere complessive considerate nell’analisi.
Proprio nei territori che hanno subito le conseguenze più pesanti del sisma, però, circa sette interventi su dieci non hanno ancora raggiunto la fase di cantiere.
Sono 1.031 le opere ancora ferme alle fasi precedenti l’avvio materiale dei lavori. Soltanto il 18,4% è invece arrivato alle fasi di fine lavori o collaudo.
Un dato che assume un peso particolare perché riguarda comunità nelle quali la ricostruzione pubblica non rappresenta semplicemente il ripristino di immobili danneggiati. Significa ricostituire luoghi nei quali si esercitano diritti essenziali, si ricevono servizi e si sviluppano le relazioni che tengono insieme il tessuto sociale.
Dieci anni costituiscono inoltre un arco temporale sufficientemente lungo da incidere sulle scelte di vita delle persone. Famiglie, giovani, lavoratori e anziani hanno dovuto confrontarsi con territori nei quali il ritorno alla piena normalità continua, in molti casi, a essere un percorso incompiuto.
Scuole, municipi e sanità: il peso sociale della ricostruzione
È proprio sull’impatto umano dei ritardi che insiste Patrizia Caruso, Responsabile dell’Unità Resilienza di ActionAid Italia.
«Per chi vive nei territori colpiti, i dati sulla ricostruzione non sono un dettaglio tecnico: una scuola non ricostruita può incidere sulla scelta di una famiglia di restare in un territorio; un municipio non riaperto indebolisce i servizi di prossimità; una struttura sanitaria non disponibile può rendere più fragile la permanenza di persone anziane, vulnerabili», sottolinea Caruso.
Parole che spostano l’attenzione dai numeri alla vita quotidiana. Una scuola è anche un elemento capace di determinare la permanenza delle famiglie e quindi, indirettamente, la sopravvivenza demografica di un paese. Un municipio rappresenta la presenza delle istituzioni sul territorio. Una struttura sanitaria può diventare decisiva soprattutto nelle aree interne, dove distanze e collegamenti rendono più complesso l’accesso ai servizi.
La ricostruzione pubblica assume così una dimensione sociale e culturale. Non riguarda soltanto edifici, stanziamenti o procedure, ma la possibilità di preservare comunità già sottoposte alle pressioni dello spopolamento e della progressiva riduzione dei servizi.
Il nodo dei dati e della trasparenza
Accanto alla lentezza nell’avanzamento degli interventi, ActionAid pone l’attenzione anche sulla disponibilità delle informazioni.
I dati utilizzati per il rapporto, aggiornati al 30 aprile 2026, sono stati ottenuti dall’organizzazione soltanto di recente attraverso una richiesta di accesso agli atti. Un elemento che apre un secondo fronte: quello della possibilità, per cittadini e comunità, di conoscere con chiarezza e tempestività lo stato della ricostruzione.
«Eppure, oggi queste informazioni sono ancora disperse, frammentate, non sempre aggiornate né complete», osserva Patrizia Caruso. «A dieci anni dal sisma manca uno strumento unico, accessibile e comprensibile».
La disponibilità di informazioni facilmente consultabili assume un’importanza particolare quando sono coinvolte migliaia di opere e miliardi di euro. Conoscere lo stato di un intervento significa consentire ai cittadini di comprendere quali passaggi siano stati completati, quali debbano ancora essere affrontati e quale sia l’effettivo avanzamento della ricostruzione.
La trasparenza, in questa prospettiva, diventa parte integrante del processo: non accelera automaticamente un cantiere, ma permette alle comunità di seguire ciò che accade nel proprio territorio e alle istituzioni di rendere leggibile il percorso intrapreso.
Dieci anni dopo, la ricostruzione resta una sfida aperta
Il terremoto del 24 agosto 2016 segnò profondamente il Centro Italia. A dieci anni di distanza, i dati raccolti da ActionAid mostrano quanto il capitolo della ricostruzione pubblica sia ancora aperto.
I 3.667 interventi programmati e gli oltre 4,85 miliardi di euro complessivamente previsti rappresentano la dimensione economica di un processo enorme. Ma il 66,3% delle opere ancora nelle fasi antecedenti l’inizio dei lavori evidenzia la distanza che rimane da percorrere.
Il punto centrale, tuttavia, non è soltanto stabilire quanti edifici siano stati ricostruiti. È comprendere quale futuro possa essere garantito ai territori del cratere.
Perché una ricostruzione può dirsi realmente compiuta quando, insieme agli edifici, tornano pienamente disponibili servizi, luoghi d’incontro e presìdi pubblici capaci di sostenere la vita delle comunità. A dieci anni dal sisma del Centro Italia, i numeri di ActionAid ricordano che il tempo della ricostruzione non coincide semplicemente con quello trascorso dal terremoto: si misura soprattutto nella capacità di restituire ai cittadini luoghi nei quali continuare a vivere, riconoscersi e immaginare il proprio futuro.
