Caso Shalabayeva, nuovo appello per cinque imputati

La Cassazione torna sulla vicenda dell’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua nel 2013. Al centro del procedimento, le responsabilità dei funzionari di polizia e l’accusa di sequestro di persona.

Il caso Shalabayeva torna al centro della giustizia italiana dopo tredici anni di indagini, sentenze contrastanti e interrogativi sulle responsabilità delle istituzioni. La Corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi sulla vicenda che coinvolge cinque funzionari della Polizia di Stato, accusati di sequestro di persona in relazione all’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva e della figlia Alua, all’epoca di appena sei anni.

Il procuratore generale della Cassazione, Alessandro Cimmino, ha chiesto un terzo giudizio d’appello, distinguendo le posizioni degli imputati e le responsabilità attribuite ai diversi uffici coinvolti nell’operazione del maggio 2013.

La richiesta rappresenta un passaggio significativo di un procedimento particolarmente complesso. La decisione della Suprema Corte, attesa per il 22 ottobre, dovrà chiarire se e in quali termini le condanne pronunciate dalla Corte d’Appello di Firenze debbano essere sottoposte a un ulteriore esame.

Al centro della controversia rimane una questione giuridica fondamentale: stabilire se i funzionari abbiano partecipato consapevolmente a un’operazione illegittima, configurando il reato di sequestro di persona, oppure se abbiano agito nell’esercizio delle rispettive competenze, sulla base delle informazioni disponibili e senza la volontà di privare illegalmente della libertà madre e figlia.

Una distinzione decisiva, perché nel diritto penale la responsabilità non può essere ricavata automaticamente dall’esistenza di irregolarità amministrative o procedurali.

La richiesta della Procura generale e le posizioni dei cinque imputati

Nel corso dell’udienza davanti alla prima sezione penale della Corte di Cassazione, il procuratore generale Alessandro Cimmino ha proposto una valutazione differenziata delle responsabilità.

Per Renato Cortese, all’epoca dirigente della Squadra Mobile di Roma, e per i funzionari Luca Armeni e Francesco Stampacchia, la richiesta di un nuovo giudizio riguarda l’accusa di sequestro di persona della minore Alua.

Secondo l’impostazione sostenuta dal rappresentante della Procura generale, gli elementi esaminati non consentirebbero di ritenere dimostrato il dolo necessario per attribuire ai tre funzionari una partecipazione consapevole al reato.

Il punto riguarda anche la configurabilità del concorso di persone nel reato, che presuppone l’accertamento del contributo individuale e dell’elemento soggettivo richiesto dalla legge.

Diversa la valutazione espressa per Maurizio Improta, allora responsabile dell’Ufficio Immigrazione, e Vincenzo Tramma, funzionario dello stesso ufficio.

Per questi ultimi, la Procura generale ha ritenuto sussistente l’elemento soggettivo relativo al sequestro della minore, chiedendo tuttavia un nuovo esame limitato alle attenuanti generiche.

La distinzione non è marginale. Evidenzia la necessità di valutare separatamente le condotte di chi partecipò all’attività investigativa iniziale e quelle di chi intervenne nelle successive procedure amministrative che portarono all’allontanamento delle due cittadine kazake.

Per tutti e cinque gli imputati è stato inoltre chiesto il riconoscimento della prescrizione in relazione all’accusa di sequestro di persona riguardante Alma Shalabayeva.

Si tratta, allo stato delle richieste formulate in udienza, di una prospettiva processuale che non equivale automaticamente a una pronuncia definitiva sulle responsabilità individuali.

Il maggio 2013: l’operazione di polizia a Casalpalocco

Per comprendere l’origine del procedimento occorre tornare alla notte tra il 28 e il 29 maggio 2013.

A Casalpalocco, quartiere residenziale nella zona meridionale di Roma, la polizia intervenne in un’abitazione nell’ambito delle ricerche di Mukhtar Ablyazov, ex ministro ed ex banchiere kazako divenuto oppositore politico del governo del proprio Paese.

L’uomo non venne trovato.

Nell’abitazione si trovavano invece la moglie Alma Shalabayeva e la figlia Alua, allora di sei anni.

Alla donna venne contestato il possesso di un documento di viaggio ritenuto falso. Da quella circostanza prese avvio una procedura amministrativa che, nell’arco di pochi giorni, avrebbe condotto all’espulsione dall’Italia.

Madre e figlia furono trasferite in Kazakistan a bordo di un aereo privato.

La rapidità dell’operazione, la posizione politica del marito e le modalità con cui vennero adottati ed eseguiti i provvedimenti suscitarono immediatamente interrogativi sulla correttezza delle procedure e sul rispetto delle garanzie riconosciute dall’ordinamento italiano.

Il 5 luglio 2013 il provvedimento di espulsione venne revocato.

La vicenda assunse così una dimensione che superava l’ordinaria controversia amministrativa, coinvolgendo questioni relative alla protezione internazionale, alla tutela dei minori e ai rapporti tra le autorità italiane e quelle di uno Stato straniero.

Successivamente Alma Shalabayeva e la figlia poterono lasciare il Kazakistan e rientrare in Italia, dove alla donna venne riconosciuta la protezione internazionale.

Dall’espulsione all’inchiesta penale

L’intervento della magistratura si concentrò sulla ricostruzione delle responsabilità individuali e sulla verifica della legittimità delle condotte tenute durante l’operazione.

La Procura di Roma avviò gli accertamenti, successivamente trasferiti per competenza alla magistratura di Perugia.

L’indagine coinvolse diversi soggetti che, a vario titolo, avevano partecipato alla gestione della vicenda.

Il nodo principale era stabilire se le anomalie riscontrate nelle procedure potessero integrare una responsabilità penale per sequestro di persona.

Il reato, disciplinato dall’articolo 605 del Codice penale, tutela la libertà personale contro le privazioni illegittime.

La sua configurazione richiede tuttavia una valutazione rigorosa dei fatti e dell’elemento soggettivo.

Non ogni violazione di una procedura amministrativa costituisce automaticamente un sequestro di persona. Allo stesso tempo, il fatto che un’operazione venga eseguita da pubblici ufficiali nell’ambito delle loro funzioni non esclude, di per sé, la possibilità di una responsabilità penale.

È precisamente su questo terreno che si è sviluppato il confronto tra le diverse interpretazioni giudiziarie.

Da una parte, l’ipotesi accusatoria di un’azione coordinata che avrebbe determinato una privazione illegittima della libertà personale.

Dall’altra, la posizione delle difese, secondo cui i funzionari avrebbero operato nell’ambito dei rispettivi compiti, senza la consapevolezza di partecipare a un progetto criminoso.

Due ricostruzioni profondamente differenti, sulle quali i giudici si sono pronunciati più volte nel corso degli anni.

Tredici anni di processo tra condanne e assoluzioni

La storia giudiziaria del caso Shalabayeva è stata caratterizzata da decisioni di segno opposto.

Nel 2020 il giudizio di primo grado a Perugia si concluse con condanne nei confronti dei cinque funzionari, con pene comprese tra quattro e cinque anni di reclusione.

La decisione venne successivamente ribaltata.

Nel giugno 2022 la Corte d’Appello di Perugia pronunciò infatti una sentenza assolutoria, ritenendo insussistente il fatto contestato nei termini dell’accusa.

Quell’assoluzione, tuttavia, non rappresentò la conclusione del procedimento.

Nell’ottobre 2023 la Corte di Cassazione annullò la pronuncia e dispose un nuovo giudizio davanti alla Corte d’Appello di Firenze.

Il processo d’appello bis si concluse il 20 novembre 2025 con una nuova sentenza di condanna.

Renato Cortese, Maurizio Improta, Luca Armeni e Francesco Stampacchia furono condannati a cinque anni di reclusione, mentre per Vincenzo Tramma venne stabilita una pena di quattro anni.

La decisione intervenne nonostante la Procura generale avesse sollecitato l’assoluzione degli imputati.

Il successivo ricorso in Cassazione ha riportato il procedimento davanti alla Suprema Corte, chiamata nuovamente a esaminare la tenuta giuridica della ricostruzione accusatoria e delle motivazioni della sentenza.

Una successione di giudizi che dimostra quanto sia stata complessa la valutazione delle condotte individuali.

L’alternanza tra condanne e assoluzioni non deve essere interpretata come una semplice contraddizione del sistema giudiziario. Le diverse decisioni riflettono valutazioni giuridiche e probatorie che devono essere esaminate nelle rispettive motivazioni.

Rimane, tuttavia, il dato di una vicenda processuale protrattasi per oltre tredici anni, con conseguenze rilevanti per tutte le persone coinvolte.

Il nodo del dolo e della responsabilità individuale

Il punto centrale della nuova fase giudiziaria riguarda la dimostrazione dell’elemento soggettivo del reato.

Nel diritto penale italiano il dolo implica, secondo la disciplina generale, la coscienza e la volontà degli elementi costitutivi del fatto criminoso.

Per attribuire a un funzionario pubblico una responsabilità per sequestro di persona non è quindi sufficiente dimostrare che abbia partecipato materialmente a una procedura successivamente giudicata illegittima.

Occorre accertare che la sua condotta integri gli elementi richiesti dalla fattispecie penale e che sia presente la necessaria componente soggettiva.

La distinzione assume particolare rilievo quando un’operazione coinvolge più uffici, con funzioni e competenze differenti.

La Squadra Mobile svolge prevalentemente attività investigative e di polizia giudiziaria. L’Ufficio Immigrazione interviene invece nelle procedure amministrative relative alla posizione degli stranieri sul territorio nazionale, secondo le competenze previste dalla legge.

Nel caso Shalabayeva, le attività dei diversi uffici si inserirono in una sequenza operativa che condusse al rimpatrio di madre e figlia.

La questione è stabilire quali informazioni fossero effettivamente conosciute dai singoli funzionari, quali decisioni abbiano assunto e se esistesse una consapevole partecipazione alla privazione illegittima della libertà personale.

L’impostazione della Procura generale della Cassazione distingue proprio queste posizioni.

Per i tre funzionari della Squadra Mobile viene contestata la sufficienza della prova del dolo e del concorso nel reato. Per i due appartenenti all’Ufficio Immigrazione la valutazione proposta è differente.

Questa distinzione, se recepita dalla Corte, potrebbe incidere in modo significativo sul successivo giudizio.

Le attenuanti generiche e il loro significato

Un altro elemento della richiesta riguarda le attenuanti generiche.

Nel sistema penale italiano, l’articolo 62-bis del Codice penale consente al giudice, in presenza dei presupposti previsti dalla legge, di riconoscere circostanze attenuanti ulteriori rispetto a quelle specificamente disciplinate.

Il loro eventuale riconoscimento può influire sulla determinazione della pena.

Non costituisce però, di per sé, un’esclusione della responsabilità penale.

Per Maurizio Improta e Vincenzo Tramma, il procuratore generale ha chiesto un nuovo giudizio limitato proprio alla valutazione di queste circostanze, mantenendo distinta la questione dalla sussistenza del dolo.

Si tratta di una richiesta tecnicamente significativa.

Un giudizio circoscritto al trattamento sanzionatorio ha infatti un oggetto diverso da quello destinato a riesaminare la responsabilità per il reato contestato.

La Corte dovrà stabilire se accogliere tale impostazione e quali conseguenze processuali farne derivare.

La prescrizione per il sequestro di Alma Shalabayeva

Accanto alle questioni relative alla figlia Alua, il procedimento presenta il tema della prescrizione del reato contestato in relazione alla madre.

Il procuratore generale ha chiesto che venga riconosciuta l’intervenuta prescrizione per tutti e cinque gli imputati su questo specifico capo d’accusa.

La prescrizione è un istituto giuridico che, al ricorrere delle condizioni previste dalla legge, determina l’estinzione del reato in conseguenza del decorso del tempo.

La sua applicazione dipende da diversi elementi, tra cui la qualificazione giuridica del fatto, i termini previsti dalla normativa applicabile e le eventuali cause di sospensione o interruzione.

Non rappresenta un’assoluzione nel merito.

Questa distinzione è essenziale per comprendere correttamente gli sviluppi del procedimento.

Una declaratoria di prescrizione non equivale a una sentenza che accerti l’innocenza dell’imputato, così come non può essere presentata come una condanna.

La richiesta formulata dalla Procura generale dovrà essere valutata dalla Cassazione alla luce della disciplina applicabile e delle caratteristiche del procedimento.

Il ruolo della Cassazione e i limiti del nuovo giudizio

La Corte di Cassazione non è ordinariamente chiamata a ripetere l’intero accertamento dei fatti compiuto dai giudici di merito.

Il suo compito principale consiste nel verificare la corretta applicazione della legge e il rispetto delle regole processuali, oltre a esaminare i vizi della motivazione nei limiti previsti dal Codice di procedura penale.

Questo aspetto è determinante per comprendere il significato di un eventuale annullamento con rinvio.

Se la Suprema Corte dovesse accogliere, integralmente o parzialmente, le richieste formulate dalla Procura generale, potrebbe disporre un nuovo giudizio davanti a un giudice di merito, delimitandone l’oggetto in relazione alle questioni da riesaminare.

Non sarebbe necessariamente una ripartenza dell’intero processo.

Il nuovo giudizio dovrebbe attenersi ai principi di diritto stabiliti dalla Cassazione e affrontare le questioni indicate nella decisione di annullamento.

La portata concreta del rinvio dipenderebbe quindi dal dispositivo e, soprattutto, dalle motivazioni della pronuncia.

Per questa ragione è necessario distinguere tra la richiesta del procuratore generale e la decisione effettivamente adottata dai giudici.

Le conclusioni della Procura generale rappresentano una posizione processuale autorevole, ma non vincolano la Corte.

Una vicenda che ha coinvolto anche la diplomazia

Il caso Shalabayeva non ha avuto soltanto conseguenze giudiziarie.

Fin dall’inizio, l’espulsione della moglie e della figlia di Mukhtar Ablyazov sollevò interrogativi sul rapporto tra le autorità italiane e il Kazakistan, sul trattamento riservato ai familiari di un oppositore politico e sull’effettività delle garanzie previste per le persone potenzialmente bisognose di protezione internazionale.

Il contesto politico nel quale maturò l’operazione contribuì ad accrescere la rilevanza della vicenda.

Ablyazov era una figura dell’opposizione kazaka e si trovava al centro di una controversia con le autorità del proprio Paese.

Il suo profilo politico rese particolarmente delicata la posizione dei familiari presenti in Italia.

L’allontanamento di Alma Shalabayeva e della figlia non poteva quindi essere valutato esclusivamente attraverso la regolarità formale dei documenti contestati alla donna.

La vicenda poneva anche questioni relative alla possibile esposizione delle persone rimpatriate a rischi connessi alla situazione politica del Paese di destinazione.

Il successivo annullamento dell’espulsione e il riconoscimento della protezione internazionale confermarono la rilevanza delle garanzie previste in materia.

Resta però indispensabile separare questo piano da quello della responsabilità penale dei singoli funzionari.

L’illegittimità di un provvedimento amministrativo e l’accertamento di un reato costituiscono questioni giuridicamente differenti.

È una distinzione che attraversa l’intera vicenda giudiziaria.

La tutela dei minori nelle procedure di espulsione

La posizione di Alua Shalabayeva assume una particolare importanza anche sotto il profilo della tutela dei diritti dei minori.

Nel maggio 2013 la bambina aveva sei anni.

La sua presenza accanto alla madre durante l’operazione e il successivo trasferimento in Kazakistan hanno rappresentato elementi centrali nella ricostruzione dei fatti.

La legislazione italiana e gli strumenti internazionali di protezione dell’infanzia attribuiscono un rilievo specifico all’interesse superiore del minore.

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia, stabilisce che tale interesse debba essere considerato prioritariamente nelle decisioni che riguardano i bambini.

Anche nelle procedure relative all’immigrazione e all’allontanamento dal territorio nazionale, la presenza di un minore impone particolari garanzie.

Questo principio non determina automaticamente la qualificazione penale di una condotta, ma costituisce un riferimento fondamentale nella valutazione della legittimità dell’azione amministrativa.

Nel procedimento Shalabayeva, l’accusa relativa alla figlia mantiene una propria rilevanza giuridica, distinta dalla posizione della madre.

È proprio su questa separazione che si concentra una parte decisiva delle richieste formulate in Cassazione.

Le ragioni della difesa e il principio della presunzione di innocenza

I funzionari coinvolti hanno contestato nel corso del procedimento l’accusa di aver partecipato consapevolmente a un sequestro di persona.

Le difese hanno sostenuto che le condotte debbano essere valutate considerando le informazioni disponibili nel momento in cui furono assunte le decisioni e le competenze attribuite ai rispettivi uffici.

Secondo questa ricostruzione, eventuali irregolarità o errori nella gestione dell’operazione non dimostrerebbero automaticamente l’esistenza di un accordo criminoso.

È una posizione che deve essere distinta dalle valutazioni espresse dai giudici nelle diverse fasi processuali.

La sentenza della Corte d’Appello di Firenze del novembre 2025 ha invece riconosciuto la responsabilità penale dei cinque imputati, pronunciando condanne successivamente impugnate.

Il nuovo passaggio davanti alla Cassazione riguarda proprio la verifica della tenuta giuridica di quella decisione.

Fino alla definizione del procedimento, resta fermo il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

L’articolo 27 della Costituzione stabilisce infatti che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Una garanzia che vale indipendentemente dalla gravità delle accuse, dalla notorietà dei soggetti coinvolti e dall’attenzione pubblica riservata alla vicenda.

Il rapporto tra potere pubblico e responsabilità penale

Il caso Shalabayeva presenta anche una dimensione istituzionale che merita attenzione.

L’esercizio dei poteri di polizia comporta responsabilità particolarmente delicate, soprattutto quando le decisioni incidono sulla libertà personale e sui diritti fondamentali.

L’ordinamento attribuisce alle autorità strumenti incisivi per garantire la sicurezza pubblica e l’applicazione della legge.

Tali strumenti devono però essere utilizzati entro limiti precisi.

Il principio di legalità costituisce il fondamento di questo equilibrio.

Da un lato, lo Stato deve poter esercitare efficacemente le proprie funzioni. Dall’altro, ogni intervento che limita i diritti individuali deve trovare un fondamento normativo e rispettare le garanzie previste.

La responsabilità penale, tuttavia, rimane personale.

Non può essere attribuita sulla base della sola appartenenza a un’amministrazione, della posizione gerarchica o della partecipazione a una determinata attività istituzionale.

Occorre individuare una condotta penalmente rilevante e verificarne tutti gli elementi costitutivi.

Questo criterio tutela contemporaneamente i cittadini e i pubblici ufficiali.

I primi devono poter contare su un controllo effettivo della legalità dell’azione amministrativa. I secondi hanno diritto a essere giudicati sulla base di prove e responsabilità individuali, non di valutazioni generiche sull’operato delle istituzioni.

La vicenda Shalabayeva rende particolarmente evidente la difficoltà di applicare questi principi quando un’operazione coinvolge numerosi soggetti, differenti livelli decisionali e procedure tra loro collegate.

I tempi della giustizia e le conseguenze di un procedimento così lungo

Tredici anni rappresentano un periodo considerevole per la definizione di una vicenda penale.

Nel frattempo, le persone coinvolte hanno affrontato ripetuti giudizi, decisioni contrastanti e una prolungata condizione di incertezza.

La durata del procedimento costituisce un elemento che non può essere ignorato nell’analisi complessiva del caso.

Il diritto a un processo equo comprende anche quello a una durata ragionevole, riconosciuto dall’articolo 111 della Costituzione e dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Naturalmente, la complessità di un procedimento può richiedere accertamenti approfonditi e successivi controlli giurisdizionali.

La possibilità di impugnare le sentenze costituisce una garanzia essenziale, non un’anomalia.

Rimane però il problema dell’effettività della tutela quando la definizione di una controversia richiede un arco temporale così esteso.

Per le persone che lamentano una violazione dei propri diritti, il trascorrere degli anni può rendere più difficile ottenere una risposta giudiziaria tempestiva.

Per gli imputati, una lunga successione di giudizi comporta il protrarsi delle conseguenze personali e professionali legate al procedimento.

La necessità di garantire decisioni accurate deve quindi confrontarsi con quella di assicurare tempi compatibili con una giustizia realmente efficace.

Cosa può accadere dopo la decisione della Cassazione

Il nuovo passaggio davanti alla Suprema Corte può determinare sviluppi differenti, in relazione all’accoglimento o al rigetto dei motivi di ricorso e alle questioni sollevate nel corso dell’udienza.

Un eventuale annullamento con rinvio aprirebbe la strada a un ulteriore giudizio di merito, limitato alle questioni individuate dalla Cassazione.

Un annullamento senza rinvio, nei casi consentiti dalla legge, produrrebbe invece effetti differenti, senza la necessità di un nuovo processo sulle questioni definitivamente risolte.

La Corte potrebbe inoltre adottare decisioni diverse per i singoli imputati o per i differenti capi d’accusa.

La complessità del procedimento rende quindi essenziale attendere il contenuto effettivo della pronuncia per comprenderne tutte le conseguenze.

Particolare attenzione dovrà essere riservata alla distinzione tra la posizione della madre e quella della figlia, alla valutazione del dolo e all’eventuale applicazione della prescrizione.

Sono questi i punti sui quali si concentra la fase giudiziaria attuale.

Una decisione attesa tra responsabilità e garanzie

La vicenda Shalabayeva continua a interrogare la giustizia italiana su questioni che vanno oltre il singolo procedimento.

Il rispetto delle garanzie individuali, la correttezza delle procedure di espulsione, la tutela dei minori e l’accertamento della responsabilità dei pubblici ufficiali costituiscono aspetti distinti, ma strettamente collegati.

La nuova valutazione richiesta alla Cassazione mette al centro soprattutto la necessità di distinguere le responsabilità personali, evitando che la ricostruzione complessiva di un’operazione finisca per sostituire l’accertamento delle singole condotte.

Al tempo stesso, l’esigenza di verificare rigorosamente le accuse non attenua l’importanza delle garanzie che devono accompagnare ogni provvedimento incidente sulla libertà personale.

Dopo tredici anni, il caso conserva dunque una duplice dimensione: quella di una vicenda umana e istituzionale che ha segnato la storia recente del Paese e quella di un procedimento penale nel quale ogni responsabilità deve essere dimostrata secondo le regole dello Stato di diritto.

La decisione della Suprema Corte sarà determinante per stabilire il percorso giudiziario successivo.

Qualunque sia l’esito, il principio destinato a rimanere centrale è lo stesso: l’autorità dello Stato trova la propria legittimazione nel rispetto della legge, mentre la responsabilità di chi la rappresenta può essere accertata soltanto attraverso un giudizio fondato su prove, garanzie e rigorosa applicazione del diritto.