The Great Gatsby: come si trasforma un’illusione in musica e movimento?

Al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, lo spettacolo di Enrique Gasa Valga traduce il romanzo di Fitzgerald in un racconto di corpi, musica dal vivo ed emozioni. L’incontro con il regista e lo sguardo dalla platea.

A un certo punto, durante The Great Gatsby – The Show, mi sorprendo a osservare i volti dei danzatori. Nel movimento raccontano un desiderio, una tensione, una fragilità; nelle espressioni quel racconto continua, con la stessa intensità. È uno dei momenti in cui ritrovo più chiaramente ciò che Enrique Gasa Valga mi aveva spiegato al telefono il giorno prima della première milanese: le emozioni sono il centro del suo spettacolo e la musica è il punto da cui comincia a costruirlo.

Al Teatro Lirico Giorgio Gaber, quelle parole acquistano una forma concreta. La danza, la voce e la band dal vivo costruiscono un linguaggio condiviso, capace di accompagnare lo spettatore dentro la vicenda di Gatsby. Dalla platea si avverte quanto ogni presenza contribuisca all’equilibrio del racconto.

Durante la nostra conversazione, Gasa Valga torna spesso al romanzo di F. Scott Fitzgerald. Il testo letterario resta il riferimento del suo allestimento, mentre la libertà della scena permette di cercare nel corpo e nella musica gli strumenti per restituirne desideri e contraddizioni. Il libretto, scritto insieme a Birgit Edelbauer-Heiss, attraversa il mondo di Jay Gatsby attraverso lo sguardo di Nick Carraway: le feste, la ricchezza, Daisy e l’illusione di poter ricostruire il passato.

In sala, questa ricerca si riconosce nella qualità dell’interpretazione. La gestualità rende leggibili le relazioni fra i personaggi, le attrazioni e le distanze. Il racconto procede attraverso i corpi e trova nei volti una continuità espressiva che trattiene l’attenzione anche nei dettagli.

La scrittura coreografica attraversa il jazz, il moderno, il contemporaneo e richiami al classico con una naturalezza che sostiene lo sviluppo della storia. Colpiscono la preparazione atletica degli interpreti e la capacità di trasformarla in espressione teatrale. La forza, il controllo e la precisione diventano strumenti per abitare un personaggio, sostenere una tensione, comunicare un’emozione.

Locke Venturato interpreta Jay Gatsby, Camilla Danesi è Daisy Buchanan e Matthew Humphreys veste i panni di Nick Carraway. Attorno a loro, l’ensemble partecipa pienamente alla narrazione. Anche quando lo sguardo si concentra sui protagonisti, si continua a percepire la presenza dell’intera compagnia: ogni interprete contribuisce alla vita della scena.

È qui che emerge uno dei risultati più raffinati della regia e delle coreografie di Gasa Valga. Il rigore del lavoro comune sembra dare agli artisti lo spazio per esprimersi con libertà. La precisione sostiene la loro presenza e permette all’emozione di arrivare con immediatezza.

La musica ne è il motore. Gasa Valga racconta di partire dall’ascolto per immaginare il movimento, i tempi dell’azione e la costruzione delle scene. Dal vivo, questo metodo si traduce in un legame strettissimo fra ciò che accade sul palcoscenico e ciò che raggiunge l’orecchio.

La band, sotto la direzione musicale di Roberto Tubaro, ha un’energia trascinante. Gli arrangiamenti, lo swing e la qualità dell’esecuzione danno ai brani una presenza che coinvolge la platea e alimenta il racconto. Riconoscere una melodia diventa anche un modo per entrare nello spettacolo, ritrovandola dentro una nuova situazione emotiva.

La voce di Greta Marcolongo è una delle presenze più entusiasmanti della serata. Colpiscono la qualità timbrica, l’intensità e la capacità di partecipare alla scena attraverso il canto. La sua interpretazione si intreccia al lavoro dei danzatori e dei musicisti, contribuendo a quella sensazione di unità che accompagna l’intero allestimento.

Anche lo spazio scenico segue questa logica. Le scenografie di Helfried Lauckner, dalle linee essenziali, lasciano ai corpi la possibilità di muoversi e diventano parte degli ambienti evocati. L’essenzialità rende il palcoscenico disponibile alle trasformazioni della storia.

Il disegno luci di Manfredi Michelazzi ne amplia le possibilità: dà profondità, raccoglie l’attenzione attorno a un interprete, accompagna la leggerezza delle feste e la tensione dei passaggi più intimi. È un lavoro sensibile alle esigenze del racconto, capace di modificarne l’atmosfera insieme alla musica e al movimento.

I costumi restituiscono l’eleganza dell’America degli anni Venti attraverso colori, linee e morbidezze che assecondano la danza. Anche qui, l’immagine e la funzione scenica trovano un equilibrio: gli abiti appartengono al mondo dei personaggi e permettono agli interpreti di abitarlo fisicamente.

Nel 2025 avevo visto Il grande Gatsby a Broadway, in una versione legata alla struttura del musical classico. Quel ricordo ha accompagnato la curiosità per l’appuntamento milanese. Il lavoro di Gasa Valga apre un’altra possibilità di incontro con il romanzo: affida alla danza il centro della narrazione e conduce lo spettatore attraverso una storia che conserva la propria forza anche senza il sostegno dei dialoghi recitati.

C’è un momento conclusivo che merita di essere scoperto in sala. Ne rimane un’emozione intensa, insieme al desiderio di tornare a vedere lo spettacolo e soffermarsi su ciò che, alla prima visione, può essere sfuggito: un volto, un gesto, una relazione fra il suono e la luce.

Alla fine della telefonata con Enrique mi chiedevo come la passione ascoltata nella sua voce sarebbe diventata racconto sul palcoscenico. Al Lirico ho trovato una risposta nel lavoro di un’intera compagnia: artisti capaci di dare corpo all’illusione di Gatsby e di farci sentire, per una sera, dentro il suo mondo.