La Coppa di Licurgo svela il suo segreto: ricreato il vetro romano che cambia colore con la luce

Dopo oltre 1.600 anni, i ricercatori dell’Università di Sheffield sono riusciti a riprodurre il sorprendente effetto cromatico di uno dei più straordinari capolavori dell’antica Roma. Il segreto è racchiuso in minuscole particelle d’oro e d’argento, capaci di trasformare il vetro dal verde giada al rosso rubino. Una scoperta che unisce archeologia, arte e scienza dei materiali.

Un oggetto realizzato nel IV secolo dopo Cristo, apparentemente fragile e destinato a una funzione conviviale, custodiva una conoscenza tecnica tanto raffinata da rappresentare ancora oggi una sfida per la scienza moderna. È la Coppa di Licurgo, uno dei più celebri capolavori della vetreria romana, conservato al British Museum di Londra e conosciuto per una caratteristica sorprendente: cambia colore a seconda della posizione della luce.

Quando viene illuminata frontalmente, la coppa appare di un intenso verde giada. Se invece la luce la attraversa, il vetro assume una suggestiva tonalità rosso rubino. Un fenomeno che per secoli ha alimentato interrogativi sulle capacità degli artigiani dell’antichità.

Oggi un gruppo di ricercatori dell’Università di Sheffield, nel Regno Unito, è riuscito a riprodurre in maniera controllata e ripetibile questo particolare comportamento ottico, ricostruendo una composizione del vetro ispirata all’originale romano.

Il risultato, annunciato nell’ottobre 2026, rappresenta un importante progresso nella conoscenza delle antiche tecniche di lavorazione e offre nuovi elementi di studio per la ricerca sui materiali avanzati.

La vicenda possiede anche un valore culturale significativo. Dimostra quanto la produzione artistica dell’antichità fosse strettamente legata alla sperimentazione tecnica e quanto alcune conoscenze maturate attraverso l’esperienza degli artigiani possano ancora dialogare con la ricerca contemporanea.

La Coppa di Licurgo, un capolavoro dell’arte romana del IV secolo

La Coppa di Licurgo appartiene alla categoria delle cosiddette diatrete, raffinati recipienti di vetro caratterizzati da una struttura esterna lavorata a traforo, apparentemente separata dalla superficie interna.

Si tratta di manufatti di eccezionale complessità esecutiva, realizzati attraverso una lavorazione estremamente accurata del vetro.

Delle coppe a gabbia romane conosciute, soltanto una quarantina sono giunte fino ai nostri giorni. Quella di Licurgo rappresenta uno degli esemplari meglio conservati e si distingue per il suo particolare comportamento cromatico.

La decorazione raffigura un episodio della mitologia greca legato a Licurgo, re della Tracia, protagonista di un conflitto con Dioniso, divinità del vino e dell’ebbrezza.

Secondo il racconto mitologico, il sovrano viene punito per essersi opposto al culto del dio. Nell’interpretazione artistica della coppa, Licurgo appare imprigionato tra i tralci di una vite, in una composizione animata da figure e intrecci vegetali.

La rappresentazione rivela una notevole capacità di trasformare un materiale fragile come il vetro in una struttura figurativa complessa.

L’opera appartiene a quella tradizione artistica romana nella quale il virtuosismo tecnico costituiva parte integrante del valore estetico.

Il recipiente non era concepito esclusivamente per contenere una bevanda. La ricchezza della decorazione e la particolare risposta alla luce suggeriscono una destinazione di prestigio, probabilmente legata ad ambienti sociali elevati.

Il suo effetto cromatico doveva contribuire in maniera decisiva alla percezione dell’oggetto, soprattutto in condizioni di illuminazione differenti.

Il segreto del vetro dicroico: oro e argento invisibili all’occhio umano

La straordinaria proprietà della Coppa di Licurgo è conosciuta scientificamente come dicroismo, un fenomeno ottico per il quale un materiale presenta colori differenti in relazione alle modalità con cui interagisce con la luce.

Nel caso del manufatto romano, la spiegazione risiede nella presenza di nanoparticelle metalliche incorporate nella struttura del vetro.

Si tratta di particelle estremamente piccole, costituite principalmente da una combinazione di oro e argento.

Le analisi scientifiche condotte sul manufatto hanno individuato particelle con dimensioni generalmente comprese tra 40 e 100 nanometri, con valori medi intorno ai 70 nanometri.

Per comprendere queste proporzioni, basta considerare che un nanometro corrisponde a un miliardesimo di metro.

A queste dimensioni, i materiali possono manifestare proprietà ottiche molto differenti rispetto a quelle osservabili nella loro forma ordinaria.

Le nanoparticelle metalliche interagiscono con la radiazione luminosa attraverso fenomeni di assorbimento e diffusione, influenzati dalla loro composizione, dalle dimensioni e dalla distribuzione all’interno del vetro.

Quando la luce attraversa la coppa, alcune componenti dello spettro vengono assorbite o attenuate maggiormente, mentre prevalgono le tonalità rosse e arancioni.

Quando invece la luce viene riflessa e diffusa dal materiale, l’osservatore percepisce una colorazione prevalentemente verde.

La particolarità risiede nel fatto che il colore non dipende semplicemente dall’aggiunta di un pigmento tradizionale.

È il comportamento fisico delle particelle metalliche disperse nel vetro a determinare l’effetto.

Un principio che oggi viene studiato nell’ambito della nanofotonica, la disciplina che analizza l’interazione tra luce e materia su scale estremamente ridotte.

L’Università di Sheffield ricrea una tecnica perduta da oltre 1.600 anni

La riproduzione del particolare vetro romano è stata realizzata grazie al lavoro di Lisa Hollands, specialista della lavorazione del vetro presso la School of Chemical, Materials and Biological Engineering dell’Università di Sheffield.

La ricercatrice ha affrontato una difficoltà che aveva già impegnato diversi studiosi: ottenere un materiale capace di riprodurre fedelmente l’effetto cromatico della Coppa di Licurgo attraverso un procedimento sufficientemente stabile da poter essere ripetuto.

La conoscenza della presenza di nanoparticelle d’oro e d’argento, infatti, non era sufficiente.

Il comportamento finale del vetro dipende da numerose variabili, tra cui la composizione della miscela, la temperatura, le condizioni del forno, la disponibilità di ossigeno e i processi che si verificano durante il raffreddamento.

Piccole modifiche possono alterare la formazione delle particelle metalliche e, di conseguenza, il risultato cromatico.

Il gruppo di ricerca ha quindi sperimentato differenti combinazioni di materiali e condizioni di lavorazione, avvalendosi anche delle competenze di Caroline Jackson, esperta di vetro romano.

L’obiettivo era ricostruire un procedimento compatibile con le caratteristiche del materiale antico, utilizzando le conoscenze della moderna scienza dei materiali.

Il lavoro ha richiesto numerosi tentativi e una particolare attenzione alle reazioni che si verificano durante la fusione.

Il vetro viene portato a temperature superiori ai mille gradi centigradi. Durante le successive fasi di lavorazione e raffreddamento, le condizioni chimiche e termiche favoriscono la formazione delle nanoparticelle responsabili dell’effetto ottico.

La sfida consiste nel controllarne lo sviluppo.

Una distribuzione non adeguata, oppure particelle con caratteristiche differenti da quelle necessarie, possono produrre tonalità diverse da quelle desiderate.

Il risultato ottenuto a Sheffield ha consentito di ricreare il passaggio dal verde al rosso attraverso una procedura riproducibile, rendendo possibile la realizzazione di quantità di vetro sufficienti per nuove applicazioni artistiche.

Il successo non significa, tuttavia, che sia stata identificata con certezza la ricetta originale utilizzata dagli artigiani romani.

La ricerca ha dimostrato come ottenere un risultato ottico equivalente, mentre le precise modalità produttive dell’antichità rimangono oggetto di studio. sheffield.ac.uk

Gli artigiani romani conoscevano già le nanotecnologie?

L’aspetto forse più interessante della vicenda riguarda il rapporto tra conoscenza empirica e comprensione scientifica.

La presenza di nanoparticelle metalliche nella Coppa di Licurgo potrebbe indurre a considerare gli artigiani romani come precursori delle moderne nanotecnologie.

Occorre però distinguere con attenzione il risultato materiale dalla consapevolezza teorica del fenomeno.

Gli artigiani dell’antichità non disponevano degli strumenti necessari per osservare direttamente strutture di dimensioni nanometriche e non conoscevano i principi fisici che oggi permettono di spiegare il comportamento della luce in presenza di particelle metalliche.

Possedevano, tuttavia, competenze pratiche estremamente sviluppate.

La lavorazione del vetro richiedeva una conoscenza approfondita delle materie prime, dei combustibili, delle temperature e delle trasformazioni che avvenivano all’interno dei forni.

Tali conoscenze venivano costruite attraverso l’esperienza, la trasmissione dei procedimenti e l’osservazione dei risultati.

Non è possibile stabilire con certezza se l’effetto dicroico della Coppa di Licurgo fosse stato ottenuto attraverso una procedura pienamente controllata oppure se fosse il risultato di condizioni produttive particolarmente favorevoli, successivamente riconosciute e sfruttate dagli artigiani.

La rarità dei manufatti analoghi suggerisce comunque che ottenere un risultato di tale qualità fosse estremamente difficile.

L’eccezionalità della coppa non risiede dunque nell’aver anticipato consapevolmente la fisica moderna, quanto nell’aver raggiunto un risultato tecnico che oggi richiede conoscenze specialistiche e condizioni di lavorazione accuratamente controllate.

Una distinzione essenziale per riconoscere il valore dell’artigianato antico senza attribuirgli competenze scientifiche non documentate.

Dalla Roma imperiale alla scienza moderna: il contributo delle nanoparticelle

Lo studio della Coppa di Licurgo si inserisce in un percorso scientifico sviluppato nel corso di diversi decenni.

Le analisi dei materiali hanno progressivamente chiarito la relazione tra le particelle metalliche presenti nel vetro e il suo comportamento cromatico.

La novità del lavoro condotto a Sheffield riguarda soprattutto la possibilità di riprodurre l’effetto attraverso una procedura controllabile.

Anche la ricerca teorica ha compiuto progressi significativi.

Nell’aprile 2026, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Applied Physics A, firmato da Emre Burak Ertuş, ha affrontato il problema attraverso modelli fisici e strumenti di apprendimento automatico.

La ricerca ha analizzato il rapporto tra composizione del vetro, dimensioni delle nanoparticelle e proprietà ottiche, individuando combinazioni capaci di riprodurre le caratteristiche cromatiche del manufatto.

Le simulazioni hanno evidenziato quanto sia ristretto l’intervallo delle condizioni necessarie per ottenere contemporaneamente le tonalità desiderate nella luce riflessa e in quella trasmessa.

Questo elemento contribuisce a spiegare la difficoltà incontrata nel riprodurre il materiale.

Il comportamento della coppa dipende da un equilibrio delicato tra composizione chimica, struttura microscopica e interazione con la luce.

Un equilibrio che gli artigiani romani riuscirono a raggiungere attraverso tecniche delle quali oggi conosciamo soltanto una parte. DOI

Arte e ricerca si incontrano: una nuova scultura ispirata alla Coppa di Licurgo

Il progetto dell’Università di Sheffield non si è fermato alla sperimentazione scientifica.

Il vetro ottenuto dai ricercatori è stato utilizzato per realizzare una nuova opera d’arte contemporanea, affidata all’artista britannico Elliot Walker, specializzato nella lavorazione del vetro e vincitore della seconda stagione del programma Blown Away.

L’artista ha interpretato il patrimonio iconografico della Coppa di Licurgo attraverso una scultura che richiama anche la celebre figura dell’Atlante Farnese.

L’opera mantiene un riferimento alla vicenda mitologica del sovrano trace, reinterpretandola mediante un linguaggio plastico contemporaneo.

La presenza di un elemento in vetro soffiato consente di mostrare direttamente il comportamento dicroico del materiale.

La scultura sarà presentata al pubblico dal 6 al 15 novembre 2026, presso la Millennium Gallery di Sheffield, nell’ambito del Festival of the Mind.

Successivamente entrerà nella collezione permanente del Turner Museum of Glass dell’università.

L’iniziativa assume un significato particolare perché restituisce alla ricerca scientifica una dimensione visibile e accessibile.

Il pubblico potrà osservare direttamente un fenomeno che, nella sua struttura fisica, si sviluppa su una scala impossibile da distinguere a occhio nudo.

L’opera contemporanea diventa così uno strumento di divulgazione, capace di tradurre un processo complesso in un’esperienza estetica immediata.

La perfezione tecnica dell’antichità e il valore dell’arte come conoscenza

Dal punto di vista storico-artistico, la Coppa di Licurgo offre un esempio particolarmente significativo della relazione tra materia, tecnica ed espressione figurativa.

La decorazione a traforo testimonia una straordinaria padronanza della lavorazione del vetro.

La composizione mitologica dimostra la capacità di trasformare una superficie tridimensionale in uno spazio narrativo.

L’effetto dicroico introduce un’ulteriore dimensione, quella della luce, che modifica la percezione dell’opera.

L’oggetto assume caratteristiche visive differenti senza cambiare la propria struttura.

È l’illuminazione a trasformarne l’aspetto.

Questa proprietà conferisce alla coppa una qualità estetica che supera la semplice decorazione.

La materia partecipa attivamente alla costruzione dell’immagine, mentre la luce diventa un elemento determinante dell’esperienza visiva.

Si tratta di un rapporto che attraversa numerosi momenti della storia dell’arte.

Dalle vetrate medievali alle sperimentazioni moderne sui materiali trasparenti, gli artisti hanno frequentemente utilizzato la luce per modificare la percezione delle forme e dei colori.

La Coppa di Licurgo rappresenta una testimonianza particolarmente antica e sofisticata di questa ricerca.

La sua importanza deriva anche dalla capacità di conservare, attraverso i secoli, informazioni sulle tecniche e sulle competenze di chi l’ha realizzata.

Ogni manufatto antico costituisce infatti una fonte documentaria.

La sua composizione, le tracce di lavorazione e le caratteristiche fisiche possono raccontare aspetti della produzione artistica che non sono stati tramandati attraverso testi scritti.

Nel caso della Coppa di Licurgo, l’indagine scientifica permette di avvicinarsi a una conoscenza artigianale che altrimenti sarebbe rimasta difficilmente interpretabile.

Le possibili applicazioni nella fotonica e nei materiali avanzati

La riproduzione del vetro dicroico possiede anche un interesse tecnologico.

Le nanoparticelle metalliche vengono studiate per la loro capacità di modificare il comportamento della luce, una proprietà rilevante nello sviluppo di materiali ottici avanzati.

Il controllo delle interazioni tra radiazione luminosa e materia costituisce uno degli ambiti di ricerca della fotonica.

In questo settore, la possibilità di progettare materiali con risposte ottiche specifiche può contribuire allo sviluppo di nuove soluzioni tecnologiche.

L’esperienza maturata dai ricercatori di Sheffield potrà offrire conoscenze utili alla progettazione di materiali fotonici e allo studio di vetri con proprietà controllate.

L’università ha inoltre evidenziato un possibile collegamento con le ricerche dedicate alla gestione dei rifiuti radioattivi.

In questo ambito, particolari composizioni vetrose vengono studiate per immobilizzare materiali complessi, riducendone la mobilità all’interno di matrici solide.

Comprendere i processi di formazione delle strutture cristalline e delle particelle all’interno del vetro è rilevante per migliorare le caratteristiche dei materiali utilizzati.

Occorre precisare che queste prospettive non equivalgono a un’applicazione industriale già realizzata della nuova composizione.

Il vetro riprodotto a Sheffield è destinato principalmente a impieghi decorativi.

Il valore scientifico più ampio riguarda le conoscenze acquisite durante la sperimentazione, che potranno contribuire ad altri settori della ricerca sui materiali. sheffield.ac.uk

Un capolavoro di 1.600 anni fa continua a insegnare alla scienza

La ricostruzione del vetro della Coppa di Licurgo dimostra quanto lo studio dei manufatti antichi possa contribuire alla conoscenza contemporanea.

L’archeologia non si limita a ricostruire le vicende delle civiltà scomparse. Attraverso l’analisi dei materiali, può recuperare informazioni sulle tecniche produttive, sulle competenze artigianali e sulle trasformazioni della materia.

La collaborazione tra storici, archeologi, chimici, fisici e artisti permette di affrontare questi oggetti attraverso prospettive complementari.

La Coppa di Licurgo rappresenta un caso emblematico.

La sua decorazione racconta un mito dell’antichità classica. La sua struttura rivela l’abilità degli artigiani romani. La sua composizione chimica offre informazioni sulle tecnologie disponibili nel IV secolo.

La sua particolare risposta alla luce continua invece a suscitare domande scientifiche.

Il risultato ottenuto dall’Università di Sheffield consente oggi di comprendere meglio le condizioni necessarie per riprodurre quell’effetto, ma lascia ancora aperta una questione storica: quale procedimento utilizzarono realmente gli artigiani che crearono il manufatto originale?

La risposta richiederà ulteriori confronti tra analisi archeometriche, documentazione storica e sperimentazione.

Nel frattempo, il nuovo vetro dicroico entrerà in un’opera contemporanea, riportando alla dimensione artistica un risultato nato dall’indagine scientifica.

A distanza di oltre sedici secoli, la Coppa di Licurgo continua così a svolgere una funzione che probabilmente i suoi creatori non avrebbero immaginato: offrire alla ricerca moderna un problema da risolvere e, attraverso la sua straordinaria bellezza, conservare la memoria di una competenza tecnica ancora capace di sorprendere.