Israele al voto, Netanyahu si gioca il futuro politico

Oltre 7,3 milioni di israeliani chiamati alle urne per rinnovare la Knesset. È il primo appuntamento elettorale dopo il 7 ottobre e tre anni di guerra. Affluenza in crescita, sfida tra Netanyahu ed Eisenkot e tensioni nella destra.

Israele torna alle urne in una delle giornate politicamente più delicate della sua storia recente. Martedì 27 ottobre 2026, oltre 7,3 milioni di cittadini sono chiamati a scegliere i rappresentanti della nuova Knesset, il Parlamento nazionale, attraverso un voto che potrebbe ridefinire gli equilibri del Paese e determinare il futuro politico del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Le operazioni elettorali sono iniziate alle 7 del mattino, ora locale, e proseguiranno fino alle 22. A contendersi i 120 seggi parlamentari sono 36 formazioni politiche, ma soltanto una parte di queste appare concretamente in grado di superare la soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale.

È il primo voto nazionale dopo gli attacchi del 7 ottobre e i successivi tre anni di guerra. Un passaggio che attribuisce alla consultazione un significato ben più ampio della normale competizione tra partiti. Gli israeliani sono chiamati a pronunciarsi sulla direzione politica del Paese dopo una stagione segnata da lutti, operazioni militari, divisioni interne e profonde trasformazioni nei rapporti con la comunità internazionale.

Le prime indicazioni sull’affluenza suggeriscono una partecipazione particolarmente significativa. Alle 10 del mattino, quando in Italia erano le 9, aveva già votato il 16,68% degli aventi diritto, pari a circa 1,2 milioni di persone. Un dato superiore di 0,78 punti percentuali rispetto alla stessa rilevazione delle elezioni del 2022 e il più elevato registrato a quell’ora dal 1981.

Una mobilitazione che testimonia quanto sia sentita la posta in gioco, pur senza consentire, almeno per il momento, di formulare previsioni attendibili sul risultato finale.

Netanyahu davanti alla prova più difficile

Al centro della competizione elettorale resta Benjamin Netanyahu, il leader che più a lungo ha guidato il governo israeliano e che oggi affronta una consultazione destinata a incidere profondamente sulla sua eredità politica.

Il premier uscente si presenta agli elettori alla guida del Likud, la formazione conservatrice che ha rappresentato per decenni uno dei principali riferimenti della destra israeliana.

La sua leadership è stata costruita intorno a temi quali la sicurezza nazionale, la fermezza nei confronti delle minacce esterne e la capacità di mantenere Israele al centro degli equilibri diplomatici del Medio Oriente.

Il contesto nel quale si svolgono queste elezioni, tuttavia, è profondamente diverso da quello delle precedenti consultazioni.

Gli attacchi del 7 ottobre hanno rappresentato una frattura nella percezione della sicurezza nazionale. La guerra successiva ha imposto alla società israeliana costi umani, economici e politici considerevoli, alimentando interrogativi sulle responsabilità istituzionali, sulla gestione delle operazioni militari e sulle prospettive di stabilizzazione della regione.

Per Netanyahu, il voto costituisce dunque una verifica della fiducia degli elettori nella sua capacità di continuare a governare.

Il risultato dipenderà anche dalla possibilità di costruire una maggioranza parlamentare. In un sistema politico caratterizzato dalla presenza di numerosi partiti, ottenere il maggior numero di consensi non garantisce automaticamente la formazione di un esecutivo.

La capacità di stringere alleanze rimane un elemento decisivo.

Gadi Eisenkot, lo sfidante che punta al cambiamento

Tra i principali protagonisti della consultazione emerge Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e leader della formazione Yashar!, il cui nome richiama i concetti di rettitudine e onestà.

La sua candidatura rappresenta una delle principali alternative politiche alla continuità del governo Netanyahu.

Il profilo militare di Eisenkot assume particolare rilevanza in una competizione nella quale la sicurezza nazionale costituisce inevitabilmente uno degli argomenti centrali.

A differenza di altre figure dell’opposizione, l’ex comandante può rivendicare una conoscenza diretta delle strutture di difesa e dei meccanismi decisionali che regolano la sicurezza israeliana.

La sua sfida consiste nel trasformare questa esperienza in una proposta politica capace di raccogliere consensi oltre gli schieramenti tradizionali.

La scelta compiuta nelle prime ore della giornata elettorale appare significativa.

Prima di recarsi alle urne, Eisenkot ha visitato il kibbutz Nir Oz, una delle comunità maggiormente colpite dagli attacchi del 7 ottobre, accompagnato da Gadi Mozes, sopravvissuto alla prigionia come ostaggio.

Un gesto dal forte valore simbolico, attraverso il quale il leader di Yashar! ha voluto richiamare l’attenzione sulle sofferenze delle comunità colpite e sulla necessità di ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Eisenkot ha espresso il proprio impegno a rendere il Paese degno del sacrificio sostenuto dalle vittime e dalle comunità coinvolte, indicando nella guarigione delle ferite sociali e nella riparazione delle conseguenze della guerra due responsabilità fondamentali della futura leadership.

Il messaggio politico è evidente: la sicurezza resta indispensabile, ma la stabilità di Israele richiede anche una ricostruzione civile e istituzionale.

La destra israeliana divisa sulle alleanze

La giornata elettorale è stata accompagnata anche da un confronto particolarmente acceso all’interno dello schieramento di destra.

Protagonisti dello scontro sono Netanyahu e Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e figura di riferimento dell’estrema destra israeliana.

Ben Gvir ha sostenuto che il premier avrebbe assunto un impegno con l’amministrazione statunitense per favorire, dopo le elezioni, la nascita di un governo di unità nazionale con Eisenkot, escludendo le formazioni della destra più radicale.

Si tratta di un’affermazione politica che, allo stato delle informazioni disponibili, non costituisce una conferma dell’esistenza di un accordo.

L’ipotesi è stata immediatamente respinta dal Likud.

Attraverso una comunicazione diffusa a nome di Netanyahu, il partito ha ribadito la prospettiva di un governo di destra guidato dall’attuale primo ministro, assicurando a Ben Gvir un ruolo nella futura maggioranza.

Il confronto rivela quanto siano delicati i rapporti tra le diverse componenti dello schieramento conservatore.

Ben Gvir punta a consolidare il proprio peso parlamentare, consapevole che anche una differenza limitata nel numero dei seggi potrebbe incidere sulla forza negoziale del suo partito.

Netanyahu, dal canto suo, deve evitare che la competizione interna sottragga consensi al Likud o comprometta la possibilità di costruire una maggioranza.

Le dichiarazioni dei due leader mostrano inoltre come la campagna elettorale sia entrata nella sua fase più sensibile, quella nella quale il richiamo al voto diventa anche uno strumento per definire i rapporti di forza all’interno delle future coalizioni.

Le famiglie degli ostaggi chiedono un cambiamento

Mentre i cittadini si recano alle urne, la questione degli ostaggi continua a occupare un posto centrale nel dibattito pubblico israeliano.

A Tel Aviv, familiari delle persone sequestrate durante gli attacchi del 7 ottobre si sono riuniti per rivolgere un appello agli elettori, invitandoli a sostenere una prospettiva di cambiamento, giustizia e miglioramento del futuro del Paese.

La loro presenza nella giornata elettorale rappresenta una testimonianza della profondità delle ferite lasciate dalla guerra.

La vicenda degli ostaggi ha attraversato la vita politica israeliana per anni, trasformandosi in uno dei principali terreni di confronto tra governo, opposizioni e società civile.

Le richieste delle famiglie hanno riguardato la sorte dei propri congiunti, le responsabilità delle istituzioni e le decisioni necessarie per affrontare le conseguenze del conflitto.

La loro mobilitazione non coincide necessariamente con un orientamento politico uniforme. Esprime, tuttavia, una domanda di responsabilità pubblica che nessuna futura maggioranza potrà ignorare.

Il voto del 27 ottobre si svolge quindi in un clima nel quale la dimensione personale del dolore e quella collettiva della decisione politica risultano strettamente intrecciate.

Per una parte dell’elettorato, scegliere il prossimo governo significa anche stabilire quale risposta istituzionale debba essere data agli eventi che hanno segnato gli ultimi tre anni.

Il presidente Herzog alle urne a Gerusalemme

Tra i primi a votare figura anche il presidente della Repubblica israeliana Isaac Herzog, che si è recato al seggio a Gerusalemme insieme alla moglie Michal.

La partecipazione del capo dello Stato assume un significato istituzionale particolare in una giornata caratterizzata da forti contrapposizioni politiche.

Il presidente israeliano svolge infatti un ruolo essenziale nella fase successiva alle elezioni, quando dovrà individuare il parlamentare al quale affidare l’incarico di formare il nuovo governo.

La procedura non si esaurisce nella semplice individuazione del partito più votato.

Herzog dovrà valutare le consultazioni con le formazioni parlamentari e le possibilità concrete di costruire una maggioranza.

Questo aspetto rende particolarmente importante il risultato complessivo delle coalizioni, oltre alla distribuzione dei consensi tra i singoli partiti.

Nel frattempo, anche altri protagonisti della politica nazionale hanno espresso il proprio voto.

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del Sionismo Religioso, ha votato nell’insediamento di Kedumim, in Cisgiordania, invitando i cittadini a mobilitarsi e a coinvolgere amici e familiari nella partecipazione elettorale.

Yair Golan, leader dei Democratici, ha invece votato a Rosh Ha’ayin, presentando la consultazione come un’occasione per imprimere una svolta alla direzione politica del Paese.

Le differenti dichiarazioni restituiscono l’immagine di una società attraversata da visioni profondamente divergenti sul futuro nazionale.

Come funziona il sistema elettorale israeliano

Per comprendere il significato del voto occorre considerare le caratteristiche del sistema parlamentare israeliano.

La Knesset è composta da 120 deputati, eletti attraverso un sistema proporzionale nazionale.

L’intero Paese costituisce un unico collegio elettorale e i cittadini votano liste di partito.

La soglia di sbarramento è fissata al 3,25% dei voti validi. Le formazioni che non raggiungono questa percentuale restano escluse dalla distribuzione dei seggi.

Il meccanismo favorisce la rappresentanza di diverse sensibilità politiche, religiose e sociali, ma rende frequentemente necessaria la formazione di governi di coalizione.

La maggioranza parlamentare richiede il sostegno di almeno 61 deputati.

È proprio su questo equilibrio che si concentrerà l’attenzione una volta completato lo scrutinio.

Un partito potrebbe ottenere un risultato significativo senza riuscire a formare un governo, mentre una coalizione composta da più formazioni potrebbe raggiungere la maggioranza anche in assenza di una netta affermazione del proprio principale esponente.

Alla vigilia delle elezioni, soltanto 13 dei 36 partiti in competizione risultavano accreditati dai sondaggi di un consenso sufficiente a superare la soglia di sbarramento.

Questo elemento rende particolarmente delicata la posizione delle formazioni minori.

Un risultato inferiore alle aspettative potrebbe modificare la distribuzione complessiva dei seggi e incidere direttamente sulle possibilità di Netanyahu o Eisenkot di ottenere una maggioranza.

La frammentazione politica israeliana rende dunque necessario distinguere tra successo elettorale e capacità effettiva di governo.

Affluenza record nelle prime ore: il dato politico

Uno degli elementi più significativi emersi nella mattinata riguarda la partecipazione.

Secondo i dati comunicati dalla Commissione elettorale centrale israeliana, alle ore 10 locali aveva votato il 16,68% degli aventi diritto.

La percentuale corrisponde a circa 1,2 milioni di cittadini e supera di 0,78 punti percentuali il dato registrato alla stessa ora nel 2022.

Si tratta del livello più elevato rilevato in quella fascia oraria dal 1981.

Le operazioni di voto si svolgono in 12.018 seggi distribuiti sul territorio nazionale.

Il numero complessivo degli aventi diritto è di circa 7 milioni e 331 mila persone.

Alla vigilia della consultazione, le rilevazioni demoscopiche avevano indicato una forte propensione alla partecipazione, con il 74% degli intervistati intenzionato a recarsi alle urne.

Alle elezioni del 2022, l’affluenza finale era stata del 70%.

Sarebbe tuttavia prematuro interpretare la crescita della partecipazione come un vantaggio per uno specifico schieramento.

Un’elevata affluenza può derivare da motivazioni differenti: sostegno al governo, volontà di cambiamento, preoccupazione per la sicurezza nazionale oppure desiderio di incidere sugli equilibri parlamentari.

Senza informazioni dettagliate sulla distribuzione territoriale e politica dei votanti, qualsiasi attribuzione del dato a una determinata forza rimarrebbe una valutazione ipotetica.

La partecipazione costituisce comunque un primo indicatore dell’importanza attribuita dagli israeliani a queste elezioni.

Il peso della guerra sulla scelta degli elettori

La consultazione del 27 ottobre arriva dopo tre anni che hanno modificato profondamente il rapporto tra società israeliana e istituzioni.

Gli attacchi del 7 ottobre hanno aperto una fase di guerra e di tensioni regionali le cui conseguenze continuano a influenzare il dibattito pubblico.

La sicurezza nazionale, tradizionalmente centrale nella politica israeliana, si confronta oggi con interrogativi più ampi.

Tra questi figurano la capacità delle istituzioni di prevenire nuove minacce, il rapporto tra autorità politica e apparati militari, la gestione delle emergenze e le prospettive diplomatiche per il Medio Oriente.

Il conflitto ha inoltre prodotto conseguenze umanitarie gravissime nella Striscia di Gaza, alimentando controversie internazionali sulle operazioni militari israeliane, sulla protezione della popolazione civile e sul rispetto del diritto internazionale.

Questi aspetti costituiscono parte del contesto nel quale il prossimo governo dovrà operare, indipendentemente dalla coalizione che emergerà dalle urne.

La politica interna israeliana non può essere separata dalle relazioni con i Paesi vicini, dagli Stati Uniti e dagli altri interlocutori internazionali.

Le decisioni del futuro esecutivo avranno inevitabilmente ripercussioni sulla sicurezza regionale e sulle possibilità di riaprire percorsi diplomatici.

Il voto, pertanto, rappresenta anche un momento di valutazione della strategia seguita negli ultimi anni e delle alternative proposte dalle diverse formazioni politiche.

I rapporti con Washington e gli equilibri regionali

Un ulteriore elemento di attenzione riguarda il ruolo degli Stati Uniti.

Le dichiarazioni di Ben Gvir su un presunto orientamento dell’amministrazione americana favorevole a un governo di unità nazionale hanno introdotto nella competizione elettorale il tema delle relazioni tra Gerusalemme e Washington.

L’esistenza di un accordo in questa direzione non risulta confermata dalle informazioni disponibili.

La controversia, tuttavia, dimostra quanto la dimensione internazionale sia presente anche nel confronto tra i partiti israeliani.

Gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali interlocutori strategici di Israele e il rapporto con Washington costituisce una componente essenziale della politica estera e di sicurezza del Paese.

Un eventuale cambiamento della maggioranza potrebbe comportare una diversa impostazione di alcune priorità diplomatiche, ma gli effetti concreti dipenderebbero dalla composizione del governo e dalle decisioni effettivamente adottate.

Allo stesso modo, una riconferma di Netanyahu non consentirebbe, da sola, di prevedere la continuità assoluta delle politiche precedenti.

Le coalizioni parlamentari impongono spesso compromessi tra partiti con programmi e interessi differenti.

È questa una delle caratteristiche fondamentali della politica israeliana: la formazione di un governo rappresenta frequentemente l’inizio di una nuova fase negoziale, anziché la semplice conseguenza aritmetica del voto.

Quando arriveranno i risultati delle elezioni

I seggi resteranno aperti fino alle 22 locali, corrispondenti alle 21 in Italia.

Subito dopo la chiusura delle urne sono attesi i primi exit poll, che offriranno una valutazione preliminare degli orientamenti dell’elettorato e della possibile distribuzione dei seggi.

Le proiezioni della serata dovranno essere interpretate con prudenza.

Il sistema elettorale israeliano prevede infatti procedure di conteggio che possono prolungarsi oltre lo scrutinio ordinario.

Particolare attenzione viene riservata alle cosiddette buste doppie, utilizzate per consentire il voto a determinate categorie di elettori che si trovano lontano dal proprio luogo di residenza.

Tra queste figurano militari, diplomatici e persone ricoverate in strutture ospedaliere.

Il conteggio di tali schede richiede tempi supplementari e, in precedenti consultazioni, ha contribuito a modificare gli equilibri inizialmente delineati dagli exit poll.

La proclamazione ufficiale dei risultati è prevista per il 4 novembre.

Soltanto allora sarà possibile disporre di un quadro definitivo della composizione della nuova Knesset.

Anche dopo questa data, tuttavia, la formazione del governo potrebbe richiedere ulteriori trattative tra i partiti.

Una società chiamata a scegliere il proprio futuro

Al di là della competizione tra Netanyahu ed Eisenkot, il voto israeliano pone una questione più profonda: quale direzione intenda assumere il Paese dopo una stagione che ha segnato profondamente la sua società.

La partecipazione elettorale rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali i cittadini possono esprimere il proprio giudizio sull’operato delle istituzioni e sulle prospettive offerte dalle forze politiche.

Ma la complessità della situazione israeliana rende difficile ricondurre la consultazione a un semplice confronto tra continuità e cambiamento.

Esistono sensibilità differenti all’interno della destra, orientamenti diversi tra le opposizioni e questioni sociali e istituzionali che attraversano trasversalmente gli schieramenti.

La sicurezza, il ruolo della religione nella vita pubblica, i rapporti tra governo e magistratura, la condizione economica delle famiglie e il futuro delle relazioni con i palestinesi sono temi che continueranno a influenzare il dibattito politico anche dopo la chiusura dei seggi.

La nuova maggioranza dovrà confrontarsi con queste questioni in un contesto caratterizzato da aspettative elevate e da una società che ha vissuto anni di fortissima pressione.

La sfida non riguarderà soltanto la capacità di ottenere il consenso parlamentare necessario a governare, ma anche quella di ricostruire un rapporto stabile tra istituzioni e cittadini.

Il verdetto delle urne e la responsabilità di governare

La giornata del 27 ottobre 2026 potrebbe segnare una svolta nella storia politica israeliana, ma il suo significato definitivo emergerà soltanto dopo lo scrutinio e le successive trattative parlamentari.

Netanyahu cerca la conferma della propria leadership e la possibilità di proseguire alla guida del Paese. Eisenkot punta invece a trasformare la richiesta di rinnovamento in una maggioranza capace di governare.

Intorno ai due principali contendenti si muovono partiti, alleanze e interessi politici che potrebbero risultare determinanti nella composizione del futuro esecutivo.

La forte affluenza registrata nelle prime ore restituisce intanto un dato concreto: gli israeliani stanno partecipando in misura significativa a una consultazione che arriva dopo uno dei periodi più difficili della loro storia recente.

Il prossimo governo erediterà responsabilità che vanno ben oltre la gestione ordinaria dell’amministrazione pubblica.

Dovrà affrontare le conseguenze della guerra, rispondere alle aspettative di sicurezza, confrontarsi con le divisioni interne e definire il ruolo di Israele in una regione ancora attraversata da profonde tensioni.

Le urne stabiliranno i rapporti di forza. La capacità di trasformare quel risultato in una prospettiva politica credibile sarà invece la prova più impegnativa per chi assumerà la guida del Paese.