Nuove manifestazioni dopo i disordini dei giorni scorsi. Altre 150 perquisizioni della polizia, mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi annuncia fermezza contro i violenti. Al centro del confronto il diritto di manifestare e la tutela dell’ordine pubblico.
Le città italiane si preparano a una nuova giornata di manifestazioni, mentre il clima attorno alla gestione dell’ordine pubblico resta segnato dalle tensioni dei giorni scorsi. Le ulteriori 150 perquisizioni della polizia e la posizione espressa dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha annunciato fermezza nei confronti dei violenti, riportano al centro del dibattito nazionale una questione delicata: garantire la sicurezza delle persone senza comprimere il diritto costituzionale di manifestare.
La successione di cortei, disordini e interventi delle forze dell’ordine pone le istituzioni davanti a una responsabilità complessa. Da una parte, la necessità di prevenire episodi di violenza, proteggere cittadini e attività economiche e impedire che le manifestazioni degenerino. Dall’altra, il dovere di assicurare che il dissenso, anche quando assume toni duri e fortemente critici nei confronti delle istituzioni, possa continuare a esprimersi liberamente.
È su questo equilibrio che si misura la capacità di uno Stato democratico di affrontare una fase di tensione sociale. La fermezza nei confronti di chi commette reati e la tutela di chi manifesta pacificamente non rappresentano obiettivi alternativi. Sono, al contrario, due responsabilità che devono procedere insieme.

Nuovi cortei e città sotto osservazione
Le manifestazioni annunciate in diverse città italiane arrivano dopo giornate caratterizzate da disordini che hanno richiamato l’attenzione delle autorità di pubblica sicurezza. La prospettiva di nuovi appuntamenti nelle piazze impone un’attenta valutazione dei rischi, soprattutto laddove la partecipazione possa essere numerosa o dove si temano ulteriori tensioni.
L’espressione «città blindate», frequentemente utilizzata per descrivere queste situazioni, restituisce l’immagine di centri urbani sottoposti a misure straordinarie di vigilanza. Occorre tuttavia distinguere la rappresentazione di un clima di allerta dai provvedimenti effettivamente adottati nelle singole località.
L’organizzazione dei servizi di ordine pubblico è infatti legata a valutazioni specifiche: il percorso dei cortei, il numero previsto dei partecipanti, la presenza di obiettivi sensibili, le condizioni del traffico e gli eventuali elementi di rischio. Non tutte le manifestazioni richiedono lo stesso dispositivo di sicurezza e non ogni protesta presenta caratteristiche tali da giustificare misure eccezionali.
Il lavoro delle autorità consiste proprio nel distinguere le situazioni, evitando tanto la sottovalutazione dei pericoli quanto risposte sproporzionate.
Una manifestazione pacifica, anche quando coinvolge migliaia di persone e comporta inevitabili disagi alla circolazione, appartiene alla normale vita democratica. Diverso è il caso in cui singoli partecipanti o gruppi organizzati ricorrano alla violenza, mettendo in pericolo l’incolumità delle persone o provocando danneggiamenti.
La distinzione assume un’importanza decisiva anche nel racconto giornalistico. Definire un’intera mobilitazione attraverso gli episodi violenti eventualmente verificatisi al suo interno rischia di attribuire a tutti i manifestanti comportamenti riconducibili soltanto ad alcuni.
Le 150 perquisizioni e il lavoro degli investigatori
Uno degli elementi più significativi della vicenda riguarda le ulteriori 150 perquisizioni effettuate dalla polizia dopo i disordini dei giorni precedenti.
Il dato segnala un’attività investigativa che prosegue oltre la gestione immediata delle manifestazioni. Quando si verificano episodi di violenza, l’intervento delle forze dell’ordine non si esaurisce necessariamente nel ripristino della sicurezza nelle strade. Può proseguire attraverso accertamenti, raccolta di elementi probatori e verifiche finalizzate a individuare eventuali responsabilità personali.
È però essenziale comprendere il significato giuridico di una perquisizione. Si tratta di un atto di ricerca di persone, cose o elementi rilevanti per un procedimento, nei casi e secondo le modalità previste dalla legge. Non equivale a una condanna e non dimostra, di per sé, la responsabilità penale della persona interessata.
Il numero delle operazioni non può quindi essere automaticamente trasformato nel numero di persone colpevoli, né permette di stabilire quanti procedimenti si concluderanno con un’accusa formalizzata o con una sentenza.
L’attività investigativa deve ricostruire i comportamenti individuali e distinguere chi abbia materialmente partecipato a eventuali azioni illecite da chi si trovava semplicemente nelle vicinanze.
Questa distinzione è particolarmente importante nelle manifestazioni pubbliche, dove la presenza contemporanea di molte persone rende complessa l’attribuzione delle singole condotte.
Le immagini riprese durante un corteo, le testimonianze e gli altri elementi eventualmente acquisiti dagli investigatori devono essere valutati nel loro contesto. La presenza in una determinata area, da sola, non consente di attribuire a una persona la responsabilità di un episodio violento.
Il principio della responsabilità personale rappresenta uno dei cardini del sistema penale italiano. Anche nelle situazioni di maggiore tensione, la ricerca dei responsabili deve rimanere ancorata a elementi verificabili e a procedure rispettose delle garanzie previste dall’ordinamento.
Piantedosi: fermezza contro chi ricorre alla violenza
La posizione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi introduce un messaggio politico e istituzionale preciso: lo Stato intende contrastare con fermezza i comportamenti violenti.
La dichiarazione «Saremo fermi contro i violenti» pone l’accento sulla necessità di impedire che le manifestazioni diventino occasioni per aggressioni, devastazioni o altre condotte penalmente rilevanti.
Il messaggio si inserisce nella responsabilità propria del Ministero dell’Interno, chiamato a coordinare le politiche di sicurezza pubblica e a garantire, attraverso le autorità competenti, la tutela dell’ordine e della sicurezza.
La fermezza annunciata dal ministro deve essere letta nel quadro delle prerogative e dei limiti stabiliti dalla legge. Il contrasto alla violenza non può prescindere dall’accertamento delle responsabilità, dal controllo di legittimità degli atti e dal rispetto dei diritti fondamentali.
Il punto politico riguarda anche il rapporto tra prevenzione e repressione. Impedire che si verifichino disordini è un obiettivo diverso dall’intervenire dopo che questi si sono manifestati.
La prevenzione richiede capacità di analisi, conoscenza delle dinamiche delle mobilitazioni, coordinamento tra gli apparati di sicurezza e valutazione delle informazioni disponibili. L’intervento successivo, invece, comporta la ricostruzione degli eventi e l’eventuale attivazione degli strumenti previsti dall’ordinamento penale.
Confondere questi due livelli rischia di alimentare aspettative poco realistiche. Nessun dispositivo può garantire in assoluto l’assenza di incidenti, così come nessun episodio di disordine dimostra automaticamente l’inefficacia dell’intero sistema di sicurezza.
L’efficacia dell’azione istituzionale si valuta piuttosto nella capacità di ridurre i rischi, proteggere le persone e individuare eventuali responsabilità senza ricorrere a generalizzazioni.
Il diritto di manifestare e i limiti imposti dalla Costituzione
La discussione sui cortei e sulla sicurezza trova il proprio riferimento fondamentale nell’articolo 17 della Costituzione italiana, che riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
Per le riunioni in luogo pubblico è previsto il preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
La formulazione costituzionale stabilisce un equilibrio preciso. La libertà di riunione non è una concessione delle istituzioni, ma un diritto riconosciuto dall’ordinamento. Al tempo stesso, il suo esercizio deve rispettare condizioni compatibili con la sicurezza collettiva.
Il preavviso, peraltro, non coincide con una richiesta di autorizzazione. La sua funzione è consentire alle autorità di predisporre gli interventi necessari e valutare eventuali rischi.
La libertà di manifestazione assume un significato particolarmente importante nei momenti di conflitto sociale. Le piazze sono storicamente luoghi nei quali cittadini, associazioni, movimenti e organizzazioni esprimono rivendicazioni e contestazioni.
Una democrazia matura non misura la legittimità di una protesta in base al gradimento delle sue parole d’ordine. Anche posizioni radicalmente critiche verso il governo, il Parlamento o altre istituzioni possono trovare piena espressione nell’ambito delle libertà costituzionali.
Il confine viene superato quando il dissenso si traduce in condotte violente o in comportamenti vietati dalla legge.
Questa differenza deve rimanere riconoscibile tanto nell’azione delle autorità quanto nel dibattito pubblico. Il dissenso politico non può essere equiparato alla violenza, così come la partecipazione a una manifestazione non può diventare una giustificazione per commettere reati.
La tutela del diritto di manifestare comprende, quindi, anche la protezione dei partecipanti pacifici da eventuali aggressioni e da comportamenti che possano compromettere lo svolgimento della mobilitazione.
La sicurezza nelle piazze e il ruolo delle forze dell’ordine
La gestione dell’ordine pubblico durante una manifestazione è una delle attività più delicate affidate alle forze di polizia.
Gli operatori possono trovarsi a intervenire in ambienti affollati, caratterizzati da movimenti rapidi delle persone, tensioni emotive e condizioni operative che possono cambiare in pochi istanti.
L’obiettivo prioritario rimane la tutela dell’incolumità, tanto dei cittadini quanto degli stessi appartenenti alle forze dell’ordine.
Il mantenimento della sicurezza richiede una combinazione di prevenzione, osservazione, dialogo e capacità di intervento. L’impiego della forza, quando consentito, deve rispettare i principi di legalità, necessità e proporzionalità.
Questi criteri non rappresentano un ostacolo all’attività di polizia, ma ne definiscono la legittimità.
Una gestione efficace della piazza non si misura esclusivamente attraverso il numero di identificazioni, denunce o interventi coercitivi. Conta anche la capacità di evitare che situazioni inizialmente circoscritte degenerino in scontri più estesi.
Il dialogo con gli organizzatori può assumere un ruolo importante, soprattutto nella definizione dei percorsi e nella gestione delle criticità logistiche. La collaborazione non elimina ogni rischio, ma può contribuire a ridurre incomprensioni e situazioni di conflitto.
Esiste poi una dimensione spesso meno visibile: quella degli operatori impegnati per molte ore nei servizi di sicurezza, dei cittadini che devono raggiungere il lavoro, dei commercianti che cercano di mantenere aperte le proprie attività e delle persone che desiderano partecipare pacificamente alle manifestazioni.
Sono interessi differenti, ma tutti meritevoli di attenzione.
La difficoltà consiste nel conciliarli senza trasformare la sicurezza in un principio astratto, scollegato dalle condizioni concrete della vita urbana.
Milano, il carovita e le proteste che hanno acceso la tensione
Milano rappresenta uno dei principali punti di osservazione della crisi. Le manifestazioni contro il carovita del fine settimana precedente sono state accompagnate da episodi di devastazione e saccheggio che hanno colpito esercizi commerciali e spazi pubblici, provocando danni e imponendo interventi delle forze dell’ordine.
Le immagini dei negozi danneggiati e degli scontri hanno suscitato preoccupazione, ma hanno anche aperto un interrogativo sulle caratteristiche sociali e generazionali delle persone coinvolte.
Secondo i dati comunicati in Parlamento dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, nelle due giornate di disordini milanesi sono state accompagnate in questura 343 persone, con 48 arresti e 50 denunce. Il ministro ha inoltre riferito dell’impiego complessivo di oltre mille operatori, compresa la polizia locale, respingendo l’ipotesi di una sottovalutazione dei rischi.
La presenza di numerosi minorenni tra le persone fermate o identificate ha reso particolarmente delicata la valutazione del fenomeno.
Il coinvolgimento di adolescenti e giovanissimi in episodi di violenza collettiva impone infatti una riflessione che supera il solo ambito della sicurezza. Restano centrali le responsabilità individuali, ma diventa necessario interrogarsi anche sulle condizioni che favoriscono l’adesione a comportamenti distruttivi.
La protesta contro il costo della vita riguarda questioni economiche concrete: il potere d’acquisto, la sostenibilità delle spese quotidiane, le prospettive occupazionali e le difficoltà incontrate da molte famiglie.
Queste rivendicazioni non possono essere confuse con i saccheggi, che costituiscono condotte di natura differente. Allo stesso tempo, gli episodi criminali non cancellano automaticamente le ragioni sociali espresse da chi partecipa pacificamente alle mobilitazioni.
È proprio su questa distinzione che si è sviluppato parte del confronto politico.
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha richiamato la necessità di affiancare agli interventi di controllo e repressione un’analisi delle cause del disagio giovanile. La sua posizione non esclude la condanna delle violenze, ma sollecita una risposta istituzionale capace di affrontare anche le condizioni che precedono l’esplosione del conflitto.
Il ministro Piantedosi, dal canto suo, ha insistito sulla necessità di contrastare i comportamenti violenti e di assicurare una risposta adeguata da parte dello Stato.
Le due impostazioni pongono l’accento su aspetti differenti di un problema che difficilmente può essere risolto attraverso un unico strumento.
Il Movimento 17 ottobre e le mobilitazioni organizzate sui social
Un ulteriore elemento di complessità riguarda il ruolo del Movimento 17 ottobre, nato nel contesto delle recenti proteste e promotore di nuove mobilitazioni.
Il movimento ha annunciato iniziative in diverse città, modificando successivamente le modalità di convocazione dei partecipanti. In particolare, è stata comunicata la scelta di sostituire alcuni appuntamenti precedentemente indicati con punti di concentramento resi noti soltanto a ridosso delle manifestazioni.
Una strategia che rende più complessa la pianificazione preventiva dei servizi di ordine pubblico.
La capacità dei social network e delle piattaforme di messaggistica di convocare rapidamente gruppi numerosi rappresenta ormai una componente strutturale delle mobilitazioni contemporanee.
Rispetto alle manifestazioni organizzate attraverso strutture associative tradizionali, i raduni promossi online possono svilupparsi con tempi molto più rapidi e con modalità meno prevedibili.
Questo non significa che una convocazione attraverso i social sia di per sé illegittima o violenta. Significa, piuttosto, che gli strumenti utilizzati modificano il rapporto tra organizzatori, partecipanti e autorità.
Quando il luogo di ritrovo viene comunicato soltanto poco prima dell’appuntamento, diminuisce il tempo disponibile per predisporre percorsi, deviazioni del traffico e misure di sicurezza.
La situazione diventa ulteriormente delicata se, accanto a manifestanti pacifici, intervengono persone intenzionate a compiere azioni violente.
La rapidità delle comunicazioni digitali può favorire la partecipazione, ma può anche complicare l’identificazione di chi assume effettivamente la responsabilità organizzativa delle iniziative.
È un cambiamento che richiede strumenti di lettura aggiornati, senza trasformare l’utilizzo delle nuove tecnologie in un elemento di sospetto generalizzato.
Le indagini sulle chat e l’ipotesi di un coordinamento
Le perquisizioni effettuate dalla polizia hanno riportato l’attenzione anche sulle comunicazioni digitali utilizzate da alcune persone coinvolte nelle indagini.
Gli accertamenti hanno riguardato, tra gli altri aspetti, messaggi e conversazioni che gli investigatori ritengono potenzialmente rilevanti per ricostruire l’organizzazione di determinate condotte.
Nel corso delle operazioni sono stati sequestrati dispositivi informatici e oggetti sui quali sono in corso verifiche.
Il ministro Piantedosi ha parlato della possibilità di individuare forme di coordinamento tra alcuni protagonisti dei disordini, precisando che spetterà alle indagini e all’autorità giudiziaria chiarire l’eventuale esistenza di strutture organizzative più ampie.
È una distinzione essenziale.
L’esistenza di contatti tra persone coinvolte in episodi di violenza non dimostra automaticamente la presenza di una regia nazionale. Per arrivare a una simile conclusione occorrono elementi concreti che consentano di ricostruire ruoli, collegamenti, intenzioni e comportamenti.
Lo stesso vale per eventuali riferimenti a episodi verificatisi all’estero. Il ministro ha richiamato possibili dinamiche emulative rispetto alle proteste francesi, senza indicare elementi sufficienti per affermare l’esistenza di un’unica direzione organizzativa.
La differenza tra imitazione e coordinamento è sostanziale.
Nel primo caso, comportamenti e modalità operative possono diffondersi attraverso immagini, racconti e comunicazioni online. Nel secondo, occorre dimostrare un collegamento organizzativo effettivo.
L’accertamento di queste circostanze rappresenta uno dei passaggi più delicati dell’attività investigativa.
Il confronto politico tra sicurezza e disagio sociale
Le violenze nelle piazze hanno riacceso il confronto tra maggioranza e opposizioni, facendo emergere interpretazioni differenti sulle cause della tensione.
La linea del governo pone in primo piano la necessità di garantire l’ordine pubblico, contrastare le condotte criminali e assicurare la protezione dei cittadini.
Dall’opposizione sono arrivati richiami alla necessità di non sovrapporre le manifestazioni pacifiche agli episodi violenti e di affrontare le ragioni economiche e sociali delle proteste.
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha condannato i comportamenti criminali, sostenendo al tempo stesso che le violenze non debbano oscurare le rivendicazioni di chi manifesta pacificamente contro le difficoltà economiche.
Anche il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha richiamato il tema del disagio sociale e delle difficoltà incontrate da famiglie e cittadini.
Il confronto riflette due esigenze che non dovrebbero essere considerate incompatibili.
Da una parte, uno Stato deve dimostrare di saper intervenire quando vengono commessi reati. Dall’altra, la politica è chiamata a comprendere le ragioni che portano una parte della popolazione a manifestare insoddisfazione.
La condanna delle violenze può essere unanime senza che ciò comporti l’obbligo di condividere le stesse soluzioni politiche.
Una discussione pubblica efficace dovrebbe partire proprio da questo punto: distinguere la valutazione dei fatti dalle differenti interpretazioni delle loro cause.
Quando la sicurezza diventa esclusivamente terreno di contrapposizione politica, il rischio è che la complessità del fenomeno venga ridotta a uno scontro tra slogan.
Eppure, dietro le manifestazioni si intrecciano questioni diverse: ordine pubblico, condizioni economiche, disagio giovanile, responsabilità familiari, educazione civica e capacità delle istituzioni di mantenere un rapporto di fiducia con i cittadini.
Nessuno di questi aspetti può essere affrontato adeguatamente attraverso una lettura semplicistica.
Giovani e violenza: il problema che interroga le istituzioni
La partecipazione di numerosi giovanissimi ai disordini costituisce uno degli aspetti più preoccupanti della vicenda milanese.
L’età delle persone coinvolte non attenua automaticamente la gravità dei comportamenti, ma modifica il quadro entro il quale occorre valutarli.
Il sistema penale minorile italiano, infatti, è costruito tenendo conto delle specifiche esigenze educative e della personalità in formazione dell’adolescente.
Per i minori di quattordici anni è esclusa l’imputabilità penale. Per quelli tra quattordici e diciotto anni, invece, la responsabilità richiede anche l’accertamento della capacità di intendere e di volere al momento del fatto.
Si tratta di principi che rispondono a una precisa impostazione giuridica: riconoscere la gravità delle condotte senza ignorare le caratteristiche proprie dell’età evolutiva.
La presenza di adolescenti in episodi di saccheggio o aggressione pone interrogativi che riguardano la scuola, le famiglie, le comunità educative e le politiche giovanili.
Non sarebbe corretto attribuire automaticamente ogni comportamento violento alla povertà o all’emarginazione. Le motivazioni individuali possono essere differenti e richiedono accertamenti specifici.
Allo stesso modo, sarebbe riduttivo considerare questi episodi esclusivamente come manifestazioni di devianza individuale, senza interrogarsi sulle dinamiche di gruppo e sui meccanismi di imitazione.
La diffusione immediata di immagini e video può contribuire a trasformare determinate condotte in modelli di comportamento, soprattutto quando la ricerca di visibilità assume un peso rilevante nelle relazioni tra coetanei.
È una possibilità da considerare nell’analisi del fenomeno, non una spiegazione automaticamente applicabile a ogni persona coinvolta.
La risposta istituzionale deve quindi muoversi su più livelli: accertamento delle responsabilità, prevenzione, educazione e capacità di intercettare situazioni di disagio prima che assumano forme violente.
Il ruolo delle città e la tutela delle attività economiche
Gli episodi di devastazione hanno conseguenze che vanno oltre il momento degli scontri.
Per un commerciante, una vetrina distrutta o un negozio saccheggiato rappresentano un danno materiale, ma anche un’interruzione dell’attività e una fonte di preoccupazione per dipendenti e clienti.
I costi possono comprendere riparazioni, sostituzione della merce, interventi di sicurezza e perdita di giornate lavorative.
A questi elementi si aggiunge un effetto meno facilmente quantificabile: la percezione di insicurezza.
Una città vive anche della fiducia di chi la attraversa, di chi vi lavora e di chi decide di frequentarne gli spazi pubblici.
Quando episodi violenti si ripetono, questa fiducia può indebolirsi.
Per questo la protezione delle attività commerciali e dei cittadini costituisce una parte essenziale della gestione dell’ordine pubblico.
Non deve tuttavia tradursi nell’idea che le manifestazioni siano incompatibili con la normale vita economica.
Le città democratiche sono chiamate a ospitare contemporaneamente attività produttive, mobilità, iniziative culturali e manifestazioni pubbliche.
La sfida amministrativa consiste nel rendere possibile questa convivenza, limitando i disagi quando necessario e intervenendo con decisione contro i comportamenti che mettono a rischio persone e beni.
La responsabilità delle istituzioni e il valore della proporzionalità
Di fronte a giornate caratterizzate da forte tensione, il richiamo alla fermezza può rispondere a una comprensibile richiesta di sicurezza.
La fermezza, tuttavia, acquista valore istituzionale quando si traduce in comportamenti coerenti con le norme e con le garanzie dello Stato di diritto.
Il contrasto alla violenza richiede professionalità, capacità investigativa e interventi proporzionati. Non può essere affidato esclusivamente alla severità delle dichiarazioni pubbliche.
Ogni misura deve essere valutata per la sua effettiva utilità, per la sua legittimità e per le conseguenze che produce.
Un dispositivo di sicurezza particolarmente visibile può contribuire alla prevenzione, ma non è sufficiente, da solo, a risolvere le cause di una tensione sociale.
Analogamente, l’inasprimento delle sanzioni non garantisce automaticamente una diminuzione degli episodi violenti.
La certezza degli accertamenti, la tempestività delle risposte e la qualità delle attività investigative rappresentano aspetti fondamentali della credibilità dell’azione pubblica.
Il capo della Polizia Vittorio Pisani ha richiamato il ruolo delle forze dell’ordine come garanti delle libertà e dei diritti fondamentali, sottolineando che gli operatori non devono essere considerati una controparte dei cittadini.
È un principio che merita attenzione.
La polizia opera al servizio della collettività, compresi coloro che esprimono posizioni critiche nei confronti delle istituzioni.
Proteggere una manifestazione pacifica significa tutelare l’esercizio di un diritto. Intervenire contro chi commette violenze significa proteggere quello stesso diritto dall’azione di chi ne compromette lo svolgimento.
Una prova per la democrazia italiana
Le nuove manifestazioni e le indagini sui disordini pongono l’Italia davanti a una prova che riguarda contemporaneamente sicurezza, libertà e coesione sociale.
Le 150 perquisizioni rappresentano un passaggio dell’attività investigativa, non la conclusione degli accertamenti. Le dichiarazioni del ministro Piantedosi indicano una linea di fermezza, ma sarà l’evoluzione dei fatti a consentire una valutazione concreta dell’efficacia delle misure adottate.
Resta inoltre aperta la questione delle cause che alimentano una parte delle mobilitazioni, soprattutto quando al disagio economico si affiancano fenomeni di violenza giovanile.
La politica ha il compito di affrontare entrambe le dimensioni senza sovrapporle.
Chi devasta una città deve rispondere delle proprie azioni secondo la legge. Chi manifesta pacificamente deve poter continuare a farlo senza essere assimilato ai responsabili dei disordini.
Tra queste due esigenze non esiste una contraddizione inevitabile. Esiste, piuttosto, il dovere delle istituzioni di garantire che entrambe trovino piena applicazione.
La credibilità dello Stato si costruisce anche nella capacità di mantenere questo equilibrio quando il confronto pubblico diventa più aspro.
Le prossime giornate saranno importanti per comprendere se la tensione potrà essere contenuta e se le manifestazioni riusciranno a svolgersi senza nuovi episodi di violenza.
Ma la questione più profonda resterà anche dopo che le piazze si saranno svuotate.
Una società non può affidare soltanto agli interventi di polizia la risposta alle proprie fratture, così come non può tollerare che il disagio venga utilizzato per giustificare comportamenti criminali.
La sicurezza è una condizione necessaria della libertà. La libertà, a sua volta, rappresenta il principio che dà significato alla sicurezza in uno Stato democratico.
Difendere entrambe, senza cedere né alla violenza né alle semplificazioni, è la responsabilità che oggi attende le istituzioni italiane.
