Netanyahu all’Onu, aula mezza vuota: «Un codardo chi è uscito»

Il premier israeliano parla davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite dopo il ritiro di decine di delegazioni. Difende le operazioni di Israele, respinge le accuse di genocidio a Gaza e definisce «giovani teppisti» i coloni violenti. Fuori dal Palazzo di Vetro proteste e arresti: fermata anche Susan Sarandon.

La scena più eloquente, prima ancora delle parole, è quella delle sedie vuote. Benjamin Netanyahu entra nell’aula dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e decine di diplomatici si alzano, abbandonando la sala mentre il premier israeliano si avvia verso il podio. Restano cori e contestazioni, mentre la seduta prosegue in un clima di evidente contrapposizione. Quando prende la parola, Netanyahu sceglie di rispondere direttamente a chi se n’è andato: «Chi ha lasciato l’aula è un codardo morale». E aggiunge che, se altri intendono seguirne l’esempio, possono farlo.

È un discorso che si consuma dunque dentro e fuori l’aula. Dentro, il primo ministro israeliano difende il diritto di Israele a combattere i propri avversari, respinge le accuse più gravi rivolte al suo governo e rivendica il ruolo delle forze israeliane nella sicurezza regionale. Fuori, invece, il Palazzo di Vetro diventa il teatro di una mobilitazione pro-palestinese alla quale partecipano centinaia di persone e che sfocia in diversi fermi da parte della polizia di New York, tra cui quello dell’attrice Susan Sarandon.

L’immagine dell’Assemblea generale semivuota finisce così per diventare il simbolo politico della giornata. Ma il dato più significativo non è soltanto la protesta contro Netanyahu. È la distanza sempre più evidente fra la narrazione proposta dal governo israeliano e quella espressa da una parte crescente della comunità internazionale sulla guerra a Gaza, sull’occupazione, sulla questione degli insediamenti e sulle conseguenze regionali del conflitto.

Netanyahu davanti a un’Assemblea generale divisa

Il discorso di Netanyahu arriva in una delle fasi più tese del confronto diplomatico internazionale sulla guerra. L’intervento del premier israeliano è preceduto dall’uscita di numerosi rappresentanti diplomatici, in una protesta che lascia visibilmente vuota una parte consistente dell’aula. La presidenza dell’Assemblea richiama più volte all’ordine mentre dall’interno si sovrappongono applausi, contestazioni e movimenti dei delegati.

Netanyahu non sceglie la strada della moderazione. Al contrario, trasforma l’episodio in uno dei punti centrali della propria esposizione. I delegati che hanno lasciato la sala vengono accusati di vigliaccheria morale, mentre il premier sostiene che Israele, combattendo i propri nemici, starebbe contribuendo anche alla sicurezza degli stessi Paesi i cui rappresentanti hanno deciso di non ascoltarlo.

«In difendendo se stessa, Israele sta anche difendendo molti dei Paesi i cui delegati hanno appena lasciato questa sala», sostiene Netanyahu, secondo la ricostruzione dell’Associated Press. Il primo ministro aggiunge che alcuni leader gli avrebbero espresso privatamente riconoscenza per le azioni israeliane contro la minaccia nucleare iraniana.

È una rivendicazione che colloca il conflitto israelo-palestinese dentro una cornice più ampia: quella di una contrapposizione regionale nella quale Israele presenta la propria azione militare come parte di una strategia di sicurezza che riguarda anche altri Stati.

La polemica sull’uscita dei delegati, tuttavia, non può essere separata dal contesto nel quale avviene. La protesta era stata annunciata e preparata prima dell’arrivo di Netanyahu, mentre la questione palestinese e la guerra a Gaza hanno occupato una parte rilevante del confronto diplomatico della settimana dell’Assemblea generale.

«La più grande bugia del secolo»: la difesa di Israele sulle accuse di genocidio

Uno dei passaggi più duri del discorso riguarda le accuse di genocidio rivolte a Israele per la condotta della guerra a Gaza.

Netanyahu le respinge in termini assoluti, definendole «la più grande bugia del secolo». La formulazione è una delle più nette utilizzate dal premier israeliano nel corso del suo intervento e costituisce il fulcro della sua risposta alle critiche internazionali.

Il governo israeliano respinge da tempo l’accusa di genocidio e sostiene che le proprie operazioni militari siano dirette contro Hamas e finalizzate alla sicurezza di Israele. Le accuse rivolte a Israele sul piano internazionale vengono invece ricondotte dai suoi critici alle conseguenze della guerra sulla popolazione civile palestinese e alla condotta complessiva delle operazioni nella Striscia.

Nel suo intervento all’Onu, Netanyahu non presenta questa contrapposizione come una semplice divergenza interpretativa. La trasforma in uno scontro politico e morale, sostenendo che Israele sia vittima di una rappresentazione falsata della propria condotta.

È un passaggio importante anche per comprendere il tono generale dell’intervento. Il premier non si limita infatti a difendere singole decisioni del governo o dell’esercito israeliano: costruisce una narrazione nella quale Israele viene rappresentato come uno Stato costretto a combattere per la propria sopravvivenza mentre una parte della comunità internazionale nega, secondo la sua lettura, la legittimità di tale difesa.

L’accusa viene respinta anche attraverso il richiamo alla storia recente del conflitto e all’attacco del 7 ottobre 2023, elemento che continua a rappresentare per Israele il punto di partenza della guerra e della propria risposta militare.

Dalla guerra a Gaza alla minaccia iraniana

Nel discorso di New York, la questione palestinese non costituisce l’unico asse della strategia comunicativa di Netanyahu. Il premier collega direttamente la guerra contro Hamas alla più ampia contrapposizione con l’Iran.

Netanyahu sostiene che la decisione di attaccare l’Iran sia stata «una delle decisioni più facili» da prendere. Anche in questo caso il ragionamento proposto è quello della prevenzione di una minaccia ritenuta esistenziale per Israele.

Il riferimento all’Iran consente al premier israeliano di spostare il centro della discussione dalla sola guerra nella Striscia di Gaza a un sistema di conflitti e alleanze che coinvolge l’intero Medio Oriente.

La posizione israeliana considera infatti la capacità militare iraniana e il sostegno di Teheran a gruppi armati della regione come una minaccia strategica. Nel discorso all’Onu, questa impostazione viene utilizzata per sostenere che l’azione militare israeliana non riguardi soltanto gli interessi nazionali di Israele, ma abbia ricadute sulla sicurezza di altri Stati.

È precisamente su questo punto che Netanyahu rivolge la propria accusa ai delegati che hanno abbandonato l’aula: secondo il premier, quegli stessi Paesi beneficerebbero delle operazioni condotte da Israele contro la minaccia iraniana.

La scena diplomatica, quindi, assume una doppia dimensione. Da una parte vi è la protesta contro le operazioni israeliane a Gaza; dall’altra la rivendicazione israeliana di un ruolo nella sicurezza regionale contro l’Iran.

I coloni violenti definiti «giovani teppisti»

Un altro passaggio significativo dell’intervento riguarda la Cisgiordania e le violenze attribuite ad alcuni coloni israeliani contro le comunità palestinesi.

Netanyahu parla di un «pugno di giovani teppisti» e sostiene che i media si concentrino su un gruppo di circa 150 persone impegnate, secondo la sua descrizione, in azioni come il lancio di pietre o l’abbattimento di ulivi. Il premier aggiunge di non poter tollerare atti di giustizia privata.

La precisazione è politicamente rilevante perché introduce una distinzione all’interno del mondo dei coloni israeliani. Netanyahu non nega l’esistenza di episodi di violenza, ma li descrive come opera di un gruppo ristretto di giovani delinquenti e afferma che il governo non intende accettare comportamenti riconducibili alla giustizia privata.

La questione degli insediamenti e delle violenze in Cisgiordania resta tuttavia uno dei dossier più controversi del conflitto israelo-palestinese. Nel discorso del premier, il problema viene affrontato attraverso la condanna degli autori delle violenze, senza che ciò comporti una messa in discussione della più ampia politica israeliana nei territori.

La formulazione scelta da Netanyahu appare quindi pensata per separare il comportamento di una minoranza dalla responsabilità dello Stato e dalla politica complessiva verso gli insediamenti.

La protesta fuori dal Palazzo di Vetro

Mentre Netanyahu parla all’interno dell’Assemblea generale, nelle strade intorno al quartier generale delle Nazioni Unite la protesta assume dimensioni altrettanto visibili.

Una manifestazione organizzata da Jewish Voice for Peace raccoglie circa 250 persone, secondo quanto riferito da ANSA. I manifestanti contestano la presenza del primo ministro israeliano e chiedono la fine del sostegno militare statunitense a Israele.

Il sit-in viene interrotto dalla polizia di New York. Tra le persone fermate c’è Susan Sarandon, attrice premio Oscar e da tempo impegnata pubblicamente sulle questioni legate alla guerra a Gaza. Insieme a lei vengono fermati anche Darializa Avila Chevalier, candidata democratica al Congresso, e Chi Ossé, consigliere comunale di New York.

Secondo la polizia, gli agenti erano intervenuti dopo una manifestazione non programmata che stava bloccando un’intersezione. Ai partecipanti sarebbero stati rivolti più avvertimenti perché lasciassero l’area; coloro che non hanno ottemperato sono stati portati in custodia. La ricostruzione è riportata anche dal Guardian sulla base delle informazioni fornite dalla polizia di New York.

La protesta non rimane dunque confinata alla dimensione simbolica. Diventa un confronto concreto con le forze dell’ordine e produce una serie di arresti che attirano l’attenzione internazionale proprio mentre il premier israeliano prende la parola nell’aula dell’Onu.

Susan Sarandon e il volto pubblico della protesta

La presenza di Susan Sarandon conferisce alla manifestazione una particolare visibilità mediatica.

L’attrice viene fermata mentre partecipa al sit-in e la sua immagine, ripresa dalle telecamere, entra rapidamente nel racconto della giornata. Le cronache internazionali sottolineano come Sarandon sia stata tra i partecipanti alla protesta insieme ad altri esponenti pubblici.

Con lei viene fermata anche Hannah Einbinder, attrice nota per la serie «Hacks». Il Guardian riferisce che entrambe si trovavano alla manifestazione organizzata da Jewish Voice for Peace, mentre la polizia motivava gli interventi con l’occupazione dell’intersezione e il mancato rispetto degli avvertimenti a disperdersi.

La componente dello spettacolo non è, in questo caso, un elemento marginale. La partecipazione di figure conosciute amplia la risonanza pubblica della protesta e rende ancora più evidente quanto il conflitto di Gaza abbia assunto, negli Stati Uniti e non soltanto, una dimensione politica e culturale che va oltre i governi e le istituzioni diplomatiche.

La protesta davanti all’Onu rappresenta infatti una delle molteplici forme attraverso le quali il dibattito sulla guerra si manifesta nello spazio pubblico americano.

La distanza tra il podio e la piazza

È proprio questa sovrapposizione di immagini a rendere particolarmente significativa la giornata newyorkese.

Da una parte, il premier israeliano davanti all’istituzione nella quale sono rappresentati 193 Stati. Dall’altra, una piazza che contesta la sua presenza e chiede una diversa politica americana verso Israele. In mezzo, le delegazioni che abbandonano l’aula, trasformando un gesto diplomatico in una delle immagini più riconoscibili dell’intervento.

La distanza non è soltanto fisica.

È una distanza tra interpretazioni del conflitto, tra diverse letture della sicurezza internazionale e soprattutto tra differenti valutazioni sulla condotta israeliana a Gaza e nei territori palestinesi.

Netanyahu sostiene che Israele stia combattendo una guerra necessaria e che la sua azione contribuisca anche alla sicurezza di altri Paesi. I manifestanti e le delegazioni che hanno scelto di lasciare l’aula rappresentano invece una posizione diametralmente opposta, fondata sulla contestazione della guerra e delle sue conseguenze.

La diplomazia internazionale si trova così davanti a un problema che non è più soltanto quello di trovare un linguaggio comune. La difficoltà è persino stabilire un terreno condiviso sul quale discutere.

L’accusa di «ipocrisia» e lo scontro con i critici

Netanyahu definisce le proteste e le critiche rivolte a Israele un esempio di «ipocrisia sconcertante». Nel suo intervento respinge inoltre le accuse di colonialismo rivolte al suo Paese, richiamando proprio Francia e Regno Unito, due Stati che, nella sua ricostruzione, hanno una responsabilità storica nell’elaborazione del concetto stesso di colonialismo.

Il passaggio è significativo perché mostra come il discorso del premier non sia rivolto soltanto ai Paesi apertamente critici verso Israele, ma anche agli alleati occidentali che hanno assunto posizioni differenti da quelle del governo israeliano.

Il riferimento a Francia e Regno Unito acquista particolare rilievo nel quadro delle tensioni diplomatiche legate al riconoscimento dello Stato palestinese e alle critiche europee alla conduzione della guerra.

Netanyahu sceglie dunque di rispondere alla pressione internazionale non attraverso un arretramento della propria posizione, ma con un contrattacco politico e storico.

La logica del discorso è chiara: Israele, nella sua rappresentazione, non è l’attore che deve rispondere alle accuse della comunità internazionale, bensì uno Stato che ritiene di poter contestare a sua volta la legittimità morale e politica di alcune delle critiche che gli vengono rivolte.

Il rapporto con gli Stati Uniti e il ruolo di Trump

Nel quadro delineato da Netanyahu, il rapporto con gli Stati Uniti rimane centrale.

Il premier israeliano ha sottolineato la collaborazione con Washington nella gestione della minaccia iraniana e ha attribuito all’alleanza israelo-americana una funzione strategica nella difesa di quella che considera la sicurezza del mondo occidentale.

Il riferimento a Donald Trump si inserisce in questa cornice. Netanyahu ha elogiato il presidente americano e la cooperazione tra Israele e Stati Uniti, presentandola come uno degli elementi fondamentali della strategia adottata nei confronti dell’Iran.

La questione americana è però anche uno degli elementi più sensibili della protesta a New York. La manifestazione alla quale hanno partecipato Sarandon e gli altri fermati chiedeva infatti anche la fine delle forniture di armi statunitensi a Israele.

Si crea così un altro contrasto: per Netanyahu l’alleanza con Washington rappresenta uno strumento essenziale della sicurezza israeliana e regionale; per i manifestanti, il sostegno americano è invece parte del problema che intendono contestare.

Un discorso destinato anche al pubblico israeliano

L’intervento alle Nazioni Unite possiede inoltre una dimensione interna.

La durezza del linguaggio, il richiamo alla minaccia iraniana, la difesa delle forze israeliane e il rifiuto delle accuse di genocidio rispondono non soltanto a un’esigenza diplomatica, ma anche alla necessità di parlare a un’opinione pubblica israeliana profondamente segnata dalla guerra.

L’Associated Press osserva che alcuni passaggi del discorso hanno assunto il tono di una comunicazione rivolta anche al pubblico nazionale, mentre Israele si avvia verso una nuova fase politica.

Questa componente non cancella la dimensione internazionale dell’intervento, ma aiuta a comprenderne il linguaggio. Il premier non parla soltanto ai diplomatici presenti nell’aula: parla anche ai cittadini israeliani che seguono il discorso da casa e che valutano l’operato del governo attraverso la lente della sicurezza, della guerra e del rapporto con gli alleati.

Il podio dell’Onu diventa così contemporaneamente una tribuna diplomatica e uno spazio politico nazionale.

L’assenza dei delegati come messaggio diplomatico

In una sede come l’Assemblea generale, anche un gesto apparentemente semplice assume un significato preciso.

Abbandonare l’aula nel momento in cui un capo di governo prende la parola non equivale a interrompere formalmente le relazioni diplomatiche, ma rappresenta una forma evidente di protesta. Nel caso di Netanyahu, il gesto viene compiuto da decine di rappresentanti e produce un effetto visivo difficilmente ignorabile.

La risposta del premier, altrettanto esplicita, trasforma il gesto in un confronto diretto.

Da una parte, i delegati comunicano attraverso l’assenza. Dall’altra, Netanyahu risponde attraverso la parola, accusandoli di vigliaccheria morale e sostenendo che Israele stia combattendo anche per la loro sicurezza.

È una forma di comunicazione politica estremamente netta, nella quale persino l’assenza viene trasformata in argomento.

L’aula semivuota non è quindi soltanto lo sfondo di un discorso. Diventa parte integrante del discorso stesso.

La questione palestinese resta al centro

Nonostante Netanyahu abbia dedicato ampio spazio all’Iran e alla sicurezza regionale, il nodo palestinese rimane il cuore della contestazione internazionale.

Le accuse sulla condotta israeliana a Gaza, la situazione umanitaria, la questione dell’occupazione e la violenza in Cisgiordania continuano a essere al centro delle critiche rivolte al governo israeliano.

Il premier risponde rivendicando il diritto di Israele a difendersi e respingendo l’idea che le proprie operazioni possano essere definite genocidarie. Allo stesso tempo, nel suo discorso riconosce l’esistenza di violenze commesse da alcuni coloni e afferma di non voler tollerare atti di giustizia privata.

Sono elementi che mostrano la complessità della posizione israeliana: da una parte la difesa della guerra come necessità di sicurezza, dall’altra la necessità di rispondere a una pressione internazionale crescente sui comportamenti delle autorità e dei cittadini israeliani nei territori palestinesi.

Il punto di frizione resta dunque irrisolto.

Una giornata che fotografa la frattura internazionale

La giornata all’Onu non produce una nuova sintesi. Produce, piuttosto, una fotografia della frattura esistente.

Netanyahu sceglie di affrontare il dissenso senza attenuarlo. I delegati che escono dall’aula scelgono di rendere visibile la propria opposizione. I manifestanti fuori dal Palazzo di Vetro portano la contestazione nello spazio pubblico. La polizia interviene e arresta diversi partecipanti, tra cui Sarandon ed Einbinder.

Sono tre livelli dello stesso confronto: diplomazia, politica e società civile.

La particolarità dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è proprio quella di concentrare nello stesso luogo questi tre piani. Il Palazzo di Vetro è contemporaneamente un foro diplomatico e uno dei grandi palcoscenici della comunicazione politica mondiale.

Per questo la scena delle sedie vuote acquista una forza che va oltre il semplice episodio protocollare.

Il significato delle parole di Netanyahu

Nel suo intervento, Netanyahu ha scelto parole dure per descrivere i propri avversari e per respingere le accuse contro Israele.

Ha definito «codardi morali» i delegati che hanno lasciato la sala. Ha parlato della «più grande bugia del secolo» riferendosi alle accuse di genocidio. Ha descritto i coloni violenti come un «pugno di giovani teppisti». Ha accusato alcuni critici di ipocrisia e ha difeso la guerra contro l’Iran come una decisione necessaria alla sicurezza israeliana.

Il filo conduttore è quello di una leadership che rifiuta di accettare la cornice interpretativa proposta dai propri critici.

Israele, nella narrazione del premier, non è l’aggressore descritto da una parte della comunità internazionale, ma uno Stato che reagisce a minacce concrete e che, attraverso la propria azione militare, sostiene di proteggere anche altri Paesi.

È una posizione che resta profondamente contestata e che spiega, almeno in parte, la radicalità delle proteste e dei gesti diplomatici avvenuti intorno al discorso.

La diplomazia davanti a un conflitto sempre più difficile da ricomporre

Il valore politico della giornata non si esaurisce nelle frasi pronunciate da Netanyahu.

La questione più ampia riguarda la capacità della diplomazia internazionale di mantenere uno spazio di confronto in una fase nella quale le posizioni appaiono sempre più distanti.

L’Assemblea generale dell’Onu dovrebbe essere, per definizione, il luogo nel quale anche i governi più lontani possono ascoltarsi. Ma la protesta dei delegati e la risposta di Netanyahu mostrano quanto questo principio sia difficile da tradurre in pratica quando il tema è una guerra capace di dividere governi, opinioni pubbliche e società civili.

Il confronto non riguarda soltanto Gaza. Comprende l’Iran, la sicurezza regionale, gli insediamenti, il ruolo degli Stati Uniti, le relazioni con l’Europa e la prospettiva di una soluzione politica della questione palestinese.

Per questo la giornata newyorkese va letta come un episodio di una crisi diplomatica più ampia.

Tra protesta e parola, il Palazzo di Vetro come specchio della crisi

Alla fine, resta quell’immagine: Netanyahu al podio, davanti a un’aula in parte svuotata dai delegati.

Il premier israeliano non interpreta l’uscita dei diplomatici come un segnale di isolamento da accettare in silenzio. La trasforma in un’accusa contro chi se n’è andato. I manifestanti fuori dal Palazzo di Vetro, invece, scelgono la strada della contestazione pubblica, pagando in alcuni casi il prezzo del fermo da parte della polizia.

La scena contiene, in forma quasi plastica, la difficoltà del momento internazionale.

Da una parte c’è Israele, che rivendica il diritto alla sicurezza e alla difesa, respinge le accuse più gravi e presenta la propria azione contro l’Iran come una componente della sicurezza regionale. Dall’altra ci sono governi, delegazioni e movimenti della società civile che contestano la condotta della guerra a Gaza e chiedono un cambiamento di rotta.

Nessuna delle due dimensioni può essere cancellata dall’altra.

Il discorso di Netanyahu all’Onu non ha dunque ridotto la distanza tra le posizioni. L’ha resa visibile. Le parole pronunciate dal podio e le sedie rimaste vuote appartengono alla stessa fotografia: quella di una crisi internazionale nella quale il linguaggio della sicurezza, quello della diplomazia e quello della protesta civile continuano a procedere lungo strade sempre più divergenti.

Fuori, gli arresti hanno aggiunto un altro capitolo alla giornata. Dentro, la risposta di Netanyahu ha trasformato il gesto dei delegati in un ulteriore elemento della propria difesa politica. E così, ancora una volta, il Palazzo di Vetro ha restituito al mondo non una soluzione, ma l’immagine di una frattura.

Una frattura che passa dall’aula dell’Assemblea generale, dalle strade di New York e, soprattutto, dalle parole con cui le diverse parti cercano di definire la stessa guerra.