L’allarme sui conti previdenziali: nel 2025 quasi 23,2 milioni di pensioni a fronte di 24,1 milioni di occupati. Entro il 2029 previsti tre milioni di lavoratori in uscita e una spesa pensionistica vicina ai 389 miliardi di euro. Il declino demografico mette alla prova il futuro del Paese.
L’Italia si trova davanti a una delle sfide economiche e sociali più delicate della sua storia recente. Il numero delle pensioni erogate si avvicina ormai a quello dei lavoratori occupati, delineando uno squilibrio che rischia di diventare sempre più difficile da governare. È la fotografia di un Paese che invecchia, nel quale le nascite diminuiscono e il ricambio generazionale fatica a tenere il passo con l’uscita dal mercato del lavoro di milioni di cittadini.
A richiamare l’attenzione su questa trasformazione è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha analizzato l’evoluzione del rapporto tra occupazione, pensioni e andamento demografico. I dati relativi al 2025 mostrano una situazione significativa: a fronte di 24,1 milioni di persone occupate, in Italia vengono erogate quasi 23,2 milioni di pensioni.
Un rapporto ormai prossimo all’unità, profondamente diverso da quello registrato negli anni Ottanta, quando si contavano circa tre lavoratori per ogni trattamento pensionistico.
Il confronto storico racconta una trasformazione che va ben oltre le statistiche. In poco più di quarant’anni sono cambiate la struttura delle famiglie, la composizione della popolazione, le prospettive occupazionali e le condizioni sulle quali si regge il sistema previdenziale.
Il problema non riguarda esclusivamente chi percepisce oggi una pensione. Coinvolge soprattutto chi lavora, chi sta entrando nel mercato occupazionale e chi, nei prossimi decenni, dovrà costruire il proprio futuro previdenziale in una società caratterizzata da un numero crescente di anziani.

Pensioni e lavoratori: cosa raccontano i numeri
Il dato più significativo dell’analisi riguarda il progressivo avvicinamento tra il numero degli occupati e quello delle prestazioni pensionistiche erogate.
Nel 2025, la differenza tra le due grandezze si è attestata intorno alle 900 mila unità. Una distanza relativamente contenuta, soprattutto considerando che il sistema pensionistico italiano si fonda prevalentemente su un meccanismo a ripartizione, nel quale i contributi versati dai lavoratori attivi concorrono al finanziamento delle prestazioni correnti.
Occorre tuttavia distinguere due concetti che vengono frequentemente sovrapposti.
Il numero delle pensioni erogate non coincide necessariamente con quello dei pensionati. Una stessa persona può infatti percepire più trattamenti previdenziali, come una pensione personale e una prestazione ai superstiti.
Allo stesso modo, il numero degli occupati non rappresenta automaticamente quello dei contribuenti che versano somme identiche al sistema previdenziale. La quantità dei contributi dipende dalla tipologia contrattuale, dalle retribuzioni, dalle ore lavorate e dalle caratteristiche dell’attività professionale.
Per questo motivo, il rapporto tra occupati e pensioni costituisce un indicatore importante della trasformazione sociale, ma non può essere interpretato come una misura diretta e completa della sostenibilità finanziaria dell’INPS.
La tenuta del sistema dipende anche dall’ammontare dei contributi incassati, dalla produttività del lavoro, dall’andamento dei salari, dalle risorse pubbliche e dalle regole che disciplinano l’accesso alla pensione.
Resta comunque evidente la tendenza: la popolazione italiana sta attraversando un cambiamento strutturale che riduce progressivamente il peso delle generazioni in età lavorativa rispetto a quelle più anziane.
Dalle famiglie numerose alle culle vuote: il peso della demografia
Per comprendere le ragioni di questa trasformazione bisogna osservare quanto è accaduto alla società italiana negli ultimi cinquant’anni.
Il Paese che negli anni Sessanta e Settanta poteva contare su generazioni numerose ha progressivamente modificato il proprio modello demografico.
Le famiglie sono diventate mediamente più piccole, la maternità viene spesso affrontata in età più avanzata e il numero complessivo delle nascite si è ridotto.
Contemporaneamente, i progressi della medicina, il miglioramento delle condizioni sanitarie e l’allungamento dell’aspettativa di vita hanno contribuito ad aumentare la presenza degli anziani nella popolazione.
Si tratta di due fenomeni che, considerati separatamente, hanno significati molto differenti.
Vivere più a lungo rappresenta una conquista sociale e sanitaria. Una natalità persistentemente insufficiente a garantire il ricambio generazionale, invece, produce conseguenze che si manifestano gradualmente sull’economia, sull’organizzazione dei servizi e sulla previdenza.
Quando queste due dinamiche si sviluppano contemporaneamente, cambia la composizione stessa della società.
Le generazioni che raggiungono l’età pensionabile diventano numerose, mentre quelle che entrano nel mercato del lavoro risultano relativamente più contenute.
È proprio questa differenza a determinare una pressione crescente sul sistema previdenziale.
Il fenomeno, peraltro, non può essere corretto nell’arco di pochi anni. Anche un eventuale aumento delle nascite produrrebbe effetti sull’occupazione soltanto dopo un periodo molto lungo, quando i nuovi nati raggiungerebbero l’età lavorativa.
La questione demografica richiede quindi politiche continuative, capaci di superare la durata delle singole legislature e di affrontare problemi che coinvolgono contemporaneamente lavoro, famiglia, istruzione e sviluppo economico.
Entro il 2029 tre milioni di lavoratori lasceranno il mercato del lavoro
Un altro elemento particolarmente rilevante riguarda le prospettive occupazionali dei prossimi anni.
Secondo le previsioni della CGIA, nel periodo compreso tra il 2025 e il 2029 circa tre milioni di lavoratori italiani usciranno dal mercato del lavoro.
Di questi, 2.244.700, pari a circa il 74% del totale previsto, si concentreranno nelle regioni del Centro-Nord.
Il dato assume un significato particolare perché riguarda territori nei quali si trova una parte consistente del sistema produttivo nazionale.
L’uscita di un numero così elevato di lavoratori comporta una necessità di ricambio che coinvolgerà imprese, amministrazioni pubbliche, attività artigianali e servizi.
Non tutte le persone che lasceranno il lavoro saranno necessariamente sostituite da un nuovo occupato. Alcune mansioni potranno essere riorganizzate, altre trasformate dall’innovazione tecnologica e altre ancora potrebbero scomparire.
Tuttavia, numerose attività continueranno a richiedere personale qualificato, competenze specifiche ed esperienza professionale.
Il rischio è che la diminuzione delle persone disponibili a lavorare renda più difficile coprire determinate posizioni, soprattutto nei settori nei quali il ricambio generazionale è già problematico.
La questione non riguarda soltanto la quantità della forza lavoro, ma anche la sua preparazione.
Un sistema produttivo che perde lavoratori esperti deve essere in grado di trasferire conoscenze alle nuove generazioni, investire nella formazione e costruire percorsi professionali capaci di attrarre personale.
Senza questo passaggio, l’uscita dal mercato del lavoro di milioni di persone potrebbe trasformarsi in una perdita significativa di competenze.
La spesa pensionistica potrebbe raggiungere 388,6 miliardi di euro
Accanto all’evoluzione demografica emerge un secondo elemento di grande rilevanza: la crescita della spesa previdenziale.
Le stime indicano che nel 2026 la spesa pensionistica italiana dovrebbe raggiungere 351,8 miliardi di euro, registrando un incremento del 2,7% rispetto all’anno precedente.
L’aumento risulta sostanzialmente in linea con una previsione di inflazione del 2,8%.
Le proiezioni successive delineano un ulteriore incremento, fino a raggiungere 388,6 miliardi di euro nel 2029.
Spesa pensionistica prevista in Italia
0 mld €150 mld €300 mld €450 mld €20262029
Valori previsionali, in miliardi di euro
Tra il 2026 e il 2029 l’aumento previsto è quindi di 36,8 miliardi di euro, pari a circa il 10,5%.
È una crescita che merita attenzione, ma che deve essere interpretata correttamente.
L’aumento della spesa pensionistica nominale non equivale automaticamente a un peggioramento della sostenibilità finanziaria. Una parte degli incrementi può dipendere dall’adeguamento degli assegni al costo della vita, dall’evoluzione degli importi medi e dalla composizione della popolazione pensionata.
Per valutare l’effettivo peso delle pensioni sull’economia occorre considerare anche l’andamento del prodotto interno lordo, delle entrate contributive e della finanza pubblica.
Resta il fatto che una spesa di queste dimensioni rappresenta una componente centrale dei conti dello Stato e del sistema di protezione sociale.
Le risorse destinate alla previdenza devono convivere con altre esigenze fondamentali, dalla sanità all’istruzione, dalle infrastrutture al sostegno delle famiglie.
La sfida delle istituzioni consiste nel mantenere gli impegni previdenziali senza compromettere la capacità di finanziare gli investimenti necessari alla crescita economica.
Il Mezzogiorno mostra gli squilibri più marcati
L’analisi territoriale mette in evidenza differenze importanti tra le province italiane.
Le situazioni più critiche, considerando il saldo tra occupati e pensioni erogate nel 2025, si concentrano in alcune aree del Mezzogiorno.
La Città metropolitana di Reggio Calabria registra una differenza negativa di 90.368 unità. Seguono, nell’ordine indicato dall’analisi, Taranto, Lecce e Messina.
Il dato di Reggio Calabria evidenzia una condizione nella quale il numero delle prestazioni pensionistiche supera sensibilmente quello degli occupati.
Si tratta di un fenomeno che deve essere letto anche alla luce delle caratteristiche economiche e demografiche del territorio.
Le aree caratterizzate da una minore partecipazione al mercato del lavoro, da difficoltà occupazionali persistenti e dall’emigrazione delle generazioni più giovani possono presentare squilibri particolarmente accentuati.
Quando una parte della popolazione attiva si trasferisce altrove alla ricerca di opportunità professionali, il territorio di origine rischia di perdere progressivamente lavoratori, contribuenti e capacità produttiva.
Nel frattempo, la popolazione anziana continua a risiedere nelle stesse aree, contribuendo ad aumentare il peso relativo dei trattamenti pensionistici.
Il risultato è una trasformazione che può influenzare anche la domanda di servizi sanitari, assistenziali e sociali.
Il rapporto tra lavoro e pensioni diventa così un indicatore delle difficoltà economiche locali, oltre che dell’invecchiamento della popolazione.
Anche il Nord presenta territori in difficoltà
Sarebbe però sbagliato interpretare lo squilibrio previdenziale come un problema esclusivamente meridionale.
I dati mostrano che anche diverse province del Centro-Nord registrano un numero di pensioni superiore a quello degli occupati.
A Biella il saldo è negativo per 9.153 unità, mentre a Rovigo la differenza raggiunge 5.652 unità.
Seguono Vercelli, con 5.351 prestazioni in più rispetto agli occupati, Massa-Carrara con 2.731, Sondrio con 1.869, Ferrara con 1.548 e Alessandria con 1.227.
Differenze più contenute si registrano alla Spezia, con un saldo negativo di 602 unità, a Belluno con 213 e a Lecco con 188.
Questi numeri dimostrano che la trasformazione demografica attraversa l’intero territorio nazionale, sebbene con intensità differenti.
In alcune province possono incidere l’elevata presenza di residenti anziani e una struttura demografica particolarmente matura. In altre, il rapporto può essere influenzato dalla consistenza della popolazione occupata e dalle caratteristiche dell’economia locale.
Occorre inoltre considerare che il confronto territoriale tra pensioni e occupati non misura direttamente il gettito contributivo prodotto da ciascuna provincia.
Un lavoratore può avere un reddito elevato e versare contributi consistenti, mentre un altro può svolgere un’attività discontinua o percepire una retribuzione contenuta.
Le differenze numeriche rappresentano dunque un segnale utile per individuare le aree maggiormente esposte all’invecchiamento e alle trasformazioni occupazionali, ma richiedono ulteriori indicatori per una valutazione economica completa.
Giovani e lavoro: la vera partita per il futuro previdenziale
Il progressivo avvicinamento tra occupati e pensioni erogate pone una questione che riguarda direttamente le nuove generazioni.
Il sistema previdenziale a ripartizione richiede una base contributiva sufficientemente solida per sostenere gli impegni correnti.
Per questa ragione, la qualità dell’occupazione assume un’importanza decisiva.
Non basta aumentare il numero delle persone che lavorano. È necessario che il lavoro produca redditi adeguati, continuità contributiva e prospettive professionali sufficientemente stabili.
Un’occupazione caratterizzata da retribuzioni basse, contratti brevi e frequenti interruzioni genera infatti versamenti previdenziali più contenuti.
Questo fenomeno produce conseguenze su due livelli.
Nel presente, limita le entrate contributive del sistema. Nel futuro, può tradursi in pensioni individuali meno elevate, soprattutto per coloro la cui prestazione sarà determinata prevalentemente dai contributi accumulati durante la carriera.
Il problema riguarda quindi anche la capacità dei giovani di costruire un percorso lavorativo regolare.
L’ingresso tardivo nel mercato del lavoro, i periodi di inattività e le difficoltà nel raggiungere un’indipendenza economica possono avere effetti previdenziali che emergono soltanto molti anni dopo.
È una conseguenza spesso poco considerata nel dibattito pubblico, concentrato prevalentemente sull’età pensionabile e sugli importi degli assegni.
Eppure, il futuro delle pensioni comincia molto prima del momento in cui si presenta la domanda di pensionamento.
Comincia con il primo contratto di lavoro, con la prima retribuzione e con la possibilità di costruire una carriera che garantisca una contribuzione adeguata.
L’occupazione femminile può contribuire a rafforzare il sistema
Tra le leve disponibili per migliorare l’equilibrio previdenziale assume particolare rilevanza la partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Aumentare il numero delle donne occupate significa ampliare la base contributiva e rafforzare la capacità produttiva del Paese.
Ma l’obiettivo richiede condizioni concrete.
La disponibilità di servizi per l’infanzia, l’organizzazione degli orari lavorativi, la possibilità di conciliare responsabilità familiari e attività professionale e la riduzione delle disparità retributive sono elementi che possono incidere sulle scelte occupazionali.
Un sistema nel quale la nascita di un figlio comporta frequentemente interruzioni professionali o riduzioni dell’orario lavorativo rischia di produrre effetti negativi sia sulle prospettive economiche delle famiglie sia sui percorsi previdenziali.
Le carriere discontinue, infatti, possono determinare trattamenti pensionistici più contenuti.
Il tema si collega direttamente alla natalità.
Sostenere le famiglie e favorire una maggiore partecipazione al lavoro non sono necessariamente obiettivi contrapposti. Al contrario, politiche efficaci possono contribuire a rendere più compatibili la scelta di avere figli e la continuità professionale.
La questione richiede interventi strutturali, perché le decisioni familiari dipendono da condizioni economiche e sociali che non possono essere modificate attraverso misure occasionali.
Produttività e innovazione: perché il numero degli occupati non basta
Il rapporto tra pensioni e lavoratori rappresenta soltanto una parte del problema.
Un elemento altrettanto importante è costituito dalla produttività, vale a dire dalla quantità di valore economico generato attraverso il lavoro.
Un sistema produttivo capace di aumentare il valore aggiunto per occupato può sostenere retribuzioni più elevate e, a parità di altre condizioni, una maggiore capacità contributiva.
Per questo motivo, la sostenibilità previdenziale è strettamente collegata anche alla competitività delle imprese.
Investimenti tecnologici, formazione professionale, organizzazione efficiente del lavoro e crescita dimensionale delle attività economiche possono contribuire a migliorare la produttività.
L’innovazione, tuttavia, non rappresenta una soluzione automatica.
L’introduzione di nuove tecnologie può trasformare le mansioni e modificare la domanda di competenze. I benefici economici dipendono dalla capacità delle imprese e dei lavoratori di adattarsi a questi cambiamenti.
Anche la distribuzione dei risultati della crescita assume un ruolo importante.
Se l’aumento della produttività non si traduce in un rafforzamento delle retribuzioni e dei redditi da lavoro, gli effetti positivi sulle entrate contributive possono risultare più limitati.
La questione previdenziale, dunque, non può essere affrontata esclusivamente attraverso interventi sulle regole di pensionamento.
Richiede una strategia economica capace di sostenere l’occupazione regolare, migliorare la qualità del lavoro e favorire la crescita dei redditi.
Il ruolo dell’immigrazione nel ricambio generazionale
Il declino demografico rende inevitabile anche una riflessione sul contributo dei lavoratori stranieri all’economia italiana.
In una società nella quale le generazioni più giovani risultano numericamente meno consistenti rispetto a quelle che si avvicinano al pensionamento, l’ingresso di persone in età lavorativa può contribuire ad ampliare la popolazione attiva.
L’effetto sul sistema previdenziale dipende però da condizioni precise.
Per generare un contributo stabile è necessario che le persone trovino un’occupazione regolare, percepiscano redditi adeguati e partecipino effettivamente al sistema contributivo.
L’immigrazione non elimina le conseguenze dell’invecchiamento, né rappresenta da sola una risposta definitiva al calo delle nascite.
Può tuttavia costituire uno degli elementi di una politica più ampia, soprattutto nei settori nei quali la domanda di personale supera la disponibilità di lavoratori.
Anche in questo caso diventano determinanti la formazione, il riconoscimento delle competenze e la capacità di favorire un inserimento professionale stabile.
Ridurre il tema a una contrapposizione ideologica rischia di oscurare una questione economica concreta: il sistema produttivo ha bisogno di persone che lavorino, producano reddito e contribuiscano alla crescita.
L’età pensionabile e il difficile equilibrio tra generazioni
Quando emergono preoccupazioni sulla sostenibilità previdenziale, il dibattito pubblico tende frequentemente a concentrarsi sull’età di pensionamento.
Si tratta di un tema importante, ma complesso.
Un eventuale prolungamento della vita lavorativa può incidere sul numero degli occupati, sulla durata dei versamenti contributivi e sul periodo durante il quale vengono erogate le prestazioni.
Tuttavia, gli effetti delle scelte previdenziali devono essere valutati considerando le differenze tra professioni e condizioni individuali.
Non tutti i lavori comportano lo stesso impegno fisico, gli stessi rischi o le medesime possibilità di proseguire l’attività in età avanzata.
Un lavoratore impegnato per decenni in mansioni particolarmente gravose può incontrare difficoltà differenti rispetto a chi svolge un’attività prevalentemente intellettuale.
Anche le condizioni di salute e la continuità occupazionale incidono sulla possibilità di rimanere attivi.
Per questo motivo, la discussione sull’età pensionabile non può essere separata da quella relativa alla qualità del lavoro e alle tutele delle categorie più esposte.
Esiste inoltre una questione di equilibrio tra generazioni.
Chi è già in pensione ha maturato diritti secondo le regole previste dal sistema. Chi lavora oggi contribuisce al finanziamento delle prestazioni correnti e, contemporaneamente, costruisce la propria posizione previdenziale futura.
La stabilità del sistema dipende dalla capacità di mantenere credibile questo rapporto nel tempo.
Una previdenza percepita come incerta può alimentare sfiducia, soprattutto tra i giovani che affrontano carriere discontinue e redditi insufficienti.
Le conseguenze per le imprese e per i territori
L’uscita prevista di circa tre milioni di lavoratori entro il 2029 pone interrogativi anche sul futuro del sistema imprenditoriale.
Le piccole e medie imprese, particolarmente diffuse nell’economia italiana, possono incontrare difficoltà nel sostituire personale con competenze maturate attraverso molti anni di esperienza.
Il problema appare particolarmente significativo nelle attività artigianali, nelle lavorazioni specializzate e nelle professioni tecniche.
In questi settori, una parte delle conoscenze viene acquisita direttamente sul lavoro, attraverso l’esperienza quotidiana e il rapporto con colleghi più esperti.
Quando il ricambio non viene programmato, il pensionamento può determinare una perdita di competenze difficilmente recuperabile in tempi brevi.
Il fenomeno riguarda anche la continuità delle imprese familiari.
L’assenza di successori disponibili a proseguire l’attività può rendere più difficile il passaggio generazionale, soprattutto nei territori caratterizzati da una popolazione progressivamente più anziana.
Ne derivano possibili conseguenze sull’occupazione locale e sulla tenuta del tessuto economico.
La formazione professionale, l’apprendistato e la collaborazione tra imprese e istituzioni educative possono contribuire a ridurre queste difficoltà.
Il ricambio generazionale deve però essere programmato con anticipo, perché le competenze necessarie a svolgere determinate attività non possono essere trasferite nell’arco di poche settimane.
La previdenza è anche una questione di fiducia
Dietro i numeri della spesa pensionistica e le proiezioni demografiche esiste una dimensione sociale che merita particolare attenzione.
La pensione rappresenta per milioni di cittadini la principale garanzia economica dopo una vita lavorativa.
Per molte famiglie costituisce inoltre una componente importante della stabilità finanziaria, soprattutto nei periodi caratterizzati da difficoltà occupazionali.
La protezione previdenziale svolge quindi una funzione che supera il rapporto individuale tra contributi versati e assegni percepiti.
Contribuisce a sostenere i consumi, a ridurre l’esposizione economica degli anziani e a garantire continuità di reddito in una fase della vita nella quale le possibilità lavorative possono essere limitate.
Proprio per questa ragione, il tema richiede un confronto pubblico accurato.
Descrivere la crescita della spesa pensionistica come un problema esclusivamente contabile rischia di trascurare la funzione sociale del sistema.
Allo stesso tempo, ignorare le trasformazioni demografiche significherebbe rinviare decisioni che potrebbero diventare progressivamente più difficili.
La sostenibilità previdenziale richiede quindi un equilibrio tra protezione dei diritti acquisiti, responsabilità finanziaria e tutela delle generazioni future.
Un equilibrio che non può essere costruito attraverso contrapposizioni tra giovani e anziani, perché entrambe le generazioni dipendono dalla stabilità economica del Paese.
Quali prospettive per il sistema pensionistico italiano
I dati della CGIA indicano una direzione precisa: nei prossimi anni l’Italia dovrà confrontarsi con un ricambio generazionale particolarmente impegnativo e con una spesa pensionistica destinata, secondo le proiezioni disponibili, a crescere in termini nominali.
Il punto centrale non è stabilire se il sistema previdenziale sia destinato inevitabilmente a una crisi. I dati esaminati, da soli, non consentono una conclusione di questo genere.
La questione riguarda piuttosto la capacità di adattare l’economia e le politiche pubbliche a una popolazione che cambia.
L’aumento dell’occupazione, il rafforzamento dei salari, una maggiore produttività e il contrasto al lavoro irregolare possono contribuire a migliorare la base contributiva.
Parallelamente, politiche familiari efficaci e interventi capaci di favorire il ricambio generazionale possono incidere sulle prospettive demografiche di lungo periodo.
Si tratta di obiettivi differenti, che richiedono tempi e strumenti diversi.
Le politiche per l’occupazione possono produrre effetti più ravvicinati, mentre quelle rivolte alla natalità richiedono una continuità pluridecennale.
Anche la gestione della spesa pubblica dovrà confrontarsi con questa trasformazione, evitando che l’aumento degli impegni previdenziali riduca eccessivamente lo spazio disponibile per investimenti fondamentali.
Il sistema pensionistico non vive isolato dal resto dell’economia. La sua stabilità riflette la capacità del Paese di creare lavoro, produrre ricchezza e distribuire nel tempo le risorse necessarie alla protezione sociale.
Il futuro delle pensioni si decide nel presente
Il confronto tra i 24,1 milioni di occupati e le quasi 23,2 milioni di pensioni erogate nel 2025 rappresenta un segnale che non può essere ignorato.
La distanza rispetto agli anni Ottanta è evidente. Allora il rapporto era di circa tre lavoratori per ogni pensione; oggi le due grandezze sono quasi equivalenti.
Ma il significato più profondo di questi numeri non riguarda soltanto il passato.
Riguarda le scelte che il Paese sarà in grado di compiere nei prossimi anni.
Una popolazione più anziana non costituisce di per sé un elemento negativo. È anche il risultato di conquiste sanitarie, sociali e civili che hanno consentito a milioni di persone di vivere più a lungo.
La difficoltà nasce quando questa trasformazione non viene accompagnata da un adeguato sviluppo economico e da politiche capaci di sostenere la partecipazione al lavoro.
Il vero interrogativo, quindi, non è quanti pensionati potrà permettersi l’Italia, ma quale capacità produttiva e contributiva riuscirà a costruire per garantire una protezione previdenziale adeguata alle generazioni presenti e future.
Le previsioni al 2029 mostrano che il tempo per intervenire non è illimitato.
Tre milioni di lavoratori in uscita e una spesa pensionistica potenzialmente vicina ai 389 miliardi di euro costituiscono elementi sufficienti per collocare la questione previdenziale tra le priorità economiche nazionali.
La risposta non potrà essere affidata a un singolo provvedimento. Serviranno continuità, capacità di programmazione e una visione che consideri insieme sviluppo produttivo, demografia e coesione sociale.
Perché il futuro delle pensioni italiane dipenderà, in larga misura, dalla qualità del lavoro che il Paese sarà capace di creare oggi.
