Sistema Solare, la fine potrebbe arrivare prima del previsto

Nuovi studi sulla stabilità delle orbite planetarie suggeriscono che Giove, Saturno, Urano e Nettuno potrebbero non sopravvivere a lungo alla morte del Sole. Le interazioni gravitazionali con le stelle di passaggio potrebbero accelerare la dispersione dei pianeti, ridisegnando il destino del nostro sistema planetario.

Il Sistema Solare potrebbe avere una vita più breve di quanto gli astronomi abbiano a lungo immaginato. Non perché il Sole sia destinato a spegnersi improvvisamente, né perché una catastrofe cosmica minacci la Terra nell’immediato, ma perché il delicato equilibrio gravitazionale che mantiene i pianeti nelle rispettive orbite potrebbe rivelarsi meno duraturo del previsto.

La questione riguarda soprattutto i giganti del Sistema Solare: Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Per molto tempo si è ipotizzato che questi pianeti, sufficientemente lontani dalla nostra stella, potessero continuare a orbitare attorno al residuo solare per tempi straordinariamente lunghi, anche dopo la scomparsa dei pianeti più interni.

Le simulazioni astronomiche hanno però aperto una prospettiva differente. La sopravvivenza dei pianeti esterni potrebbe essere compromessa dalle perturbazioni gravitazionali provocate dalle stelle che, nel corso di miliardi di anni, attraverseranno le regioni vicine al Sistema Solare.

Il risultato è uno scenario nel quale la morte del Sole non rappresenterebbe necessariamente la conclusione immediata dell’intero sistema planetario, ma l’inizio di una progressiva disgregazione destinata a modificare profondamente l’architettura celeste che conosciamo.

Il destino del Sole e la trasformazione del Sistema Solare

Per comprendere questa prospettiva bisogna partire dal futuro della nostra stella.

Il Sole ha un’età di circa 4,6 miliardi di anni e si trova attualmente nella fase relativamente stabile della propria esistenza, durante la quale produce energia attraverso la fusione dell’idrogeno nel nucleo.

Questa condizione non durerà per sempre.

Tra circa cinque miliardi di anni, esaurendosi progressivamente l’idrogeno disponibile nella regione centrale, il Sole inizierà una trasformazione che lo porterà a diventare una gigante rossa.

Le sue dimensioni aumenteranno enormemente, mentre gli strati esterni si espanderanno nello spazio. Mercurio e Venere saranno destinati a essere inglobati dalla stella. Per quanto riguarda la Terra, il suo destino orbitale finale dipenderà dall’equilibrio tra l’espansione solare, la perdita di massa della stella e le interazioni mareali.

Indipendentemente dalla possibilità che il nostro pianeta venga materialmente inghiottito, le condizioni necessarie alla vita sulla superficie terrestre saranno scomparse molto prima.

L’aumento progressivo della luminosità solare renderà infatti la Terra sempre meno ospitale, alterando profondamente il clima e gli equilibri degli oceani.

La trasformazione del Sole proseguirà fino all’espulsione di una parte consistente dei suoi strati esterni. Al centro resterà una nana bianca, un residuo stellare estremamente denso, inizialmente molto caldo, destinato a raffreddarsi lentamente nel corso di tempi lunghissimi.

Sarà proprio in questa fase che il futuro dei pianeti superstiti diventerà particolarmente incerto.

La nana bianca conserverà una massa considerevole, ma inferiore a quella attuale del Sole. La diminuzione della massa centrale comporterà un indebolimento dell’attrazione gravitazionale esercitata sui pianeti, modificandone le orbite e rendendo il sistema più esteso.

Un cambiamento che potrebbe avere conseguenze decisive sulla sua stabilità.

Perché Giove e gli altri pianeti giganti potrebbero non sopravvivere

Giove, Saturno, Urano e Nettuno si trovano a distanze tali da non essere direttamente minacciati dall’espansione del Sole durante la fase di gigante rossa.

Questa caratteristica ha alimentato a lungo l’idea che i quattro pianeti potessero sopravvivere alla trasformazione della stella e continuare a orbitare attorno alla nana bianca.

Ma sopravvivere alla morte del Sole non significa necessariamente conservare per sempre un’orbita stabile.

Il Sistema Solare è una struttura dinamica, nella quale ogni corpo celeste risente dell’attrazione gravitazionale degli altri.

Il Sole domina questo equilibrio grazie alla propria massa, che rappresenta quasi la totalità di quella complessiva del sistema. Tuttavia, anche i pianeti esercitano influenze reciproche, particolarmente significative nel caso dei giganti gassosi.

Giove, per esempio, possiede una massa superiore a quella di tutti gli altri pianeti messi insieme. La sua presenza condiziona le traiettorie di numerosi corpi minori e contribuisce alla configurazione gravitazionale dell’intero sistema.

Quando il Sole perderà una parte rilevante della propria massa, l’equilibrio tra queste forze cambierà.

Le orbite planetarie tenderanno ad ampliarsi e i pianeti esterni diventeranno più vulnerabili alle influenze gravitazionali provenienti dall’esterno.

È qui che entra in gioco un fattore spesso trascurato nelle rappresentazioni più semplici del futuro del Sistema Solare: il movimento delle altre stelle nella Via Lattea.

Le stelle di passaggio potrebbero accelerare la fine del Sistema Solare

Il Sole non è immobile nello spazio. Come miliardi di altre stelle, orbita attorno al centro della Via Lattea, attraversando regioni nelle quali la distribuzione stellare cambia continuamente.

Nel corso della sua esistenza, il Sistema Solare incontra stelle che transitano a distanze astronomicamente relativamente contenute.

Questi passaggi non implicano necessariamente collisioni. Nella maggior parte dei casi, le distanze rimangono enormi e gli effetti sui pianeti sono trascurabili.

Tuttavia, su scale temporali di miliardi di anni, anche perturbazioni gravitazionali relativamente deboli possono contribuire a modificare le traiettorie orbitali.

Il problema diventerà particolarmente rilevante quando il Sole si sarà trasformato in una nana bianca.

La minore massa del residuo stellare e l’espansione delle orbite planetarie renderanno infatti il sistema più sensibile alle influenze esterne.

Una stella di passaggio sufficientemente vicina potrebbe alterare l’orbita di uno dei pianeti giganti, provocando conseguenze anche sugli altri.

In determinate condizioni, queste perturbazioni potrebbero innescare una successione di interazioni gravitazionali capaci di destabilizzare progressivamente l’intero sistema.

Il risultato finale potrebbe essere l’espulsione dei pianeti superstiti, destinati a proseguire il proprio viaggio nello spazio interstellare senza rimanere legati al Sole.

Si tratta di una possibilità fisicamente plausibile, non di un evento inevitabile con una data già stabilita.

Le simulazioni numeriche permettono di studiare questi scenari, ma non consentono di conoscere in anticipo la posizione esatta di tutte le stelle che attraverseranno le vicinanze del Sistema Solare tra decine di miliardi di anni.

Le simulazioni astronomiche cambiano le prospettive

Uno degli aspetti più interessanti delle ricerche sulla stabilità planetaria riguarda il modo in cui gli astronomi ricostruiscono il futuro di sistemi complessi.

Non è sufficiente calcolare il movimento dei pianeti attorno al Sole nelle condizioni attuali.

Occorre considerare l’evoluzione della massa solare, l’espansione delle orbite, le interazioni gravitazionali tra i pianeti e l’effetto cumulativo degli incontri stellari.

Gli studiosi utilizzano per questo modelli numerici capaci di simulare l’evoluzione del sistema su intervalli temporali enormemente superiori alla durata della civiltà umana.

Un importante studio pubblicato nel 2020 ha esaminato proprio la stabilità a lungo termine dei pianeti giganti dopo l’evoluzione del Sole in nana bianca.

Le simulazioni hanno mostrato che, includendo gli effetti delle stelle di passaggio e della marea gravitazionale galattica, i pianeti esterni possono essere espulsi su scale temporali dell’ordine di decine di miliardi di anni.

In particolare, nei modelli esaminati, la perdita degli ultimi pianeti avveniva tipicamente entro circa cento miliardi di anni.

È un risultato significativo perché ridimensiona l’ipotesi di una sopravvivenza planetaria praticamente indefinita.

La differenza tra un sistema che rimane stabile per tempi immensamente lunghi e uno destinato a perdere i propri pianeti entro alcune decine di miliardi di anni può apparire irrilevante nella prospettiva umana.

Dal punto di vista astronomico, invece, modifica profondamente la comprensione del destino dei sistemi planetari.

Occorre comunque distinguere tra il risultato delle simulazioni e una previsione certa. I modelli descrivono scenari compatibili con le leggi fisiche conosciute, ma dipendono dalle condizioni iniziali e dalle ipotesi adottate per rappresentare l’ambiente galattico futuro.

Non esiste quindi un conto alla rovescia preciso per l’espulsione di Giove, Saturno, Urano o Nettuno.

Un equilibrio gravitazionale meno stabile di quanto sembri

Osservando il cielo notturno, il Sistema Solare può apparire come una costruzione perfettamente ordinata.

I pianeti percorrono orbite regolari, le loro posizioni possono essere previste con grande precisione e il movimento complessivo sembra ripetersi senza cambiamenti sostanziali.

Questa apparente regolarità nasconde però una realtà più complessa.

Il Sistema Solare è governato da interazioni gravitazionali che, su intervalli temporali molto lunghi, possono produrre comportamenti caotici.

In fisica, il termine caos non indica necessariamente disordine immediato o distruzione. Descrive sistemi nei quali differenze estremamente piccole nelle condizioni iniziali possono determinare evoluzioni molto differenti nel lungo periodo.

Le orbite dei pianeti sono sufficientemente stabili da permettere previsioni estremamente accurate su tempi compatibili con le necessità dell’astronomia moderna e delle missioni spaziali.

Ma quando l’orizzonte temporale si estende a miliardi di anni, le incertezze aumentano.

Questo fenomeno riguarda anche i pianeti interni.

Le interazioni gravitazionali tra Mercurio, Venere, Terra e Marte possono produrre evoluzioni orbitali complesse. Alcune simulazioni hanno individuato scenari di instabilità del Sistema Solare interno, sebbene la probabilità di eventi estremi prima della trasformazione del Sole rimanga limitata.

La situazione dei pianeti esterni presenta caratteristiche differenti.

Giove, Saturno, Urano e Nettuno sono attualmente inseriti in una configurazione relativamente stabile. Tuttavia, la perdita di massa solare e le perturbazioni provenienti dalle stelle vicine potrebbero modificare questo equilibrio in maniera sostanziale.

La stabilità osservata oggi, dunque, non costituisce una garanzia di sopravvivenza eterna.

Che cosa accadrebbe a Giove, Saturno, Urano e Nettuno

L’eventuale disgregazione del Sistema Solare non avverrebbe necessariamente attraverso un unico evento catastrofico.

È più plausibile immaginare una successione di trasformazioni distribuite su tempi estremamente lunghi.

Dopo la formazione della nana bianca, i pianeti esterni potrebbero continuare a orbitare attorno al residuo solare per miliardi di anni.

Durante questo periodo, il passaggio di altre stelle potrebbe modificare lentamente le loro traiettorie.

Una perturbazione particolarmente significativa potrebbe rendere instabile l’orbita di un pianeta, favorendo successive interazioni con gli altri giganti.

Le conseguenze dipenderebbero dalle caratteristiche degli incontri gravitazionali.

Un pianeta potrebbe essere spinto verso un’orbita molto più ampia, mentre un altro potrebbe acquisire energia sufficiente a sfuggire definitivamente all’attrazione del Sole.

Il processo potrebbe ripetersi fino a lasciare il residuo stellare privo dei pianeti originari.

Giove, per la sua massa, avrebbe un ruolo particolarmente importante nella redistribuzione dell’energia orbitale.

La sua presenza potrebbe contribuire a destabilizzare altri pianeti oppure, in determinate configurazioni, favorire temporaneamente la conservazione dell’equilibrio.

Non sarebbe corretto, tuttavia, stabilire oggi quale pianeta verrebbe espulso per primo o quale sopravviverebbe più a lungo.

Le simulazioni mostrano possibili sequenze evolutive, non una cronologia definitiva degli eventi futuri.

Il destino individuale dei quattro giganti dipenderà da una combinazione di fattori che non possiamo conoscere con precisione.

I pianeti vagabondi e il loro viaggio nella galassia

Se uno dei giganti del Sistema Solare venisse espulso dalla propria orbita, non cesserebbe di esistere.

Diventerebbe un pianeta errante, un corpo celeste non più gravitazionalmente legato alla stella attorno alla quale si è formato.

L’esistenza di pianeti privi di una stella ospite è una possibilità prevista dai modelli di formazione ed evoluzione planetaria, sostenuta anche da osservazioni astronomiche di oggetti candidati a questa categoria.

Alcuni potrebbero essersi formati attraverso processi simili a quelli delle stelle, mentre altri potrebbero essere stati espulsi dai sistemi planetari originari.

Le interazioni gravitazionali tra pianeti rappresentano infatti un meccanismo capace di produrre espulsioni già durante le prime fasi della formazione planetaria.

Nel futuro remoto, un processo analogo potrebbe interessare anche il nostro Sistema Solare, sebbene in condizioni fisiche profondamente differenti.

Un Giove espulso continuerebbe a muoversi nella Via Lattea seguendo una traiettoria determinata dalla propria velocità e dal campo gravitazionale galattico.

Non diventerebbe improvvisamente immobile, né sarebbe necessariamente destinato a incontrare un’altra stella.

Potrebbe attraversare lo spazio interstellare per tempi immensi, senza ricevere energia significativa da una sorgente stellare vicina.

Lo stesso destino potrebbe attendere Saturno, Urano e Nettuno.

Questi mondi conserverebbero la propria massa e una parte delle caratteristiche fisiche, ma perderebbero definitivamente il legame gravitazionale con il luogo della loro formazione.

La prospettiva è particolarmente suggestiva perché trasforma i pianeti, che siamo abituati a considerare componenti permanenti di un sistema ordinato, in possibili viaggiatori solitari della galassia.

Il ruolo della Via Lattea nella sopravvivenza dei sistemi planetari

La ricerca sul futuro del Sistema Solare mette in evidenza un aspetto fondamentale dell’astronomia: nessun sistema planetario esiste completamente isolato.

Anche quando le distanze tra le stelle sono enormi, la gravità continua a esercitare la propria influenza.

Il Sole si trova all’interno della Via Lattea, una galassia nella quale le stelle si muovono lungo orbite differenti, risentendo della distribuzione complessiva della materia.

Nel corso di miliardi di anni, questi movimenti modificano continuamente le distanze reciproche.

Alcuni incontri stellari sono sufficientemente lontani da non produrre effetti apprezzabili sui pianeti. Altri possono perturbare le regioni più esterne di un sistema.

La nube di Oort, il vasto serbatoio ipotizzato di corpi ghiacciati che circonda il Sistema Solare a grandissime distanze, è particolarmente sensibile a questo genere di influenze.

Le perturbazioni gravitazionali delle stelle di passaggio e il campo gravitazionale della galassia possono modificare le orbite di questi oggetti, contribuendo a indirizzarne alcuni verso le regioni interne del Sistema Solare.

Il meccanismo dimostra che l’ambiente galattico esercita già oggi un’influenza sulla nostra regione cosmica.

Quando il Sole avrà perso una parte significativa della propria massa, tale influenza potrebbe diventare più importante anche per i pianeti maggiori.

La sorte del Sistema Solare, quindi, non dipenderà esclusivamente dall’evoluzione della sua stella centrale.

Sarà determinata anche dalla storia gravitazionale della galassia che lo ospita.

La morte del Sole non coinciderà con la fine di ogni suo pianeta

Uno degli elementi da chiarire riguarda la differenza tra la morte del Sole e la dissoluzione del Sistema Solare.

Le due trasformazioni appartengono a fasi differenti.

La prima è legata all’evoluzione stellare e può essere descritta attraverso modelli fisici consolidati.

La seconda dipende dalla stabilità gravitazionale dei corpi superstiti e dalle perturbazioni che agiranno su di essi nel corso del tempo.

Quando il Sole diventerà una nana bianca, non perderà completamente la propria gravità.

Il residuo stellare continuerà ad attrarre i pianeti, che potranno mantenere orbite stabili almeno per un certo periodo.

L’eventuale espulsione dei giganti avverrebbe successivamente, attraverso processi dinamici che potrebbero richiedere miliardi o decine di miliardi di anni.

Questo significa che il Sistema Solare potrebbe sopravvivere alla propria stella nella forma di un sistema planetario profondamente trasformato.

Non ci sarebbe più il Sole luminoso che conosciamo, ma un residuo stellare attorno al quale continuerebbero a muoversi alcuni dei pianeti originari.

La loro permanenza, tuttavia, potrebbe essere temporanea.

È proprio questa distinzione a rendere interessanti le nuove prospettive sulla stabilità planetaria.

La fine di una stella non determina necessariamente la distruzione immediata dei suoi pianeti, ma può avviare una fase di vulnerabilità gravitazionale destinata a concludersi molto tempo dopo.

Quanto tempo resta davvero al Sistema Solare

La domanda più immediata riguarda naturalmente i tempi.

Quando potrebbe verificarsi la definitiva dispersione dei pianeti?

La risposta richiede prudenza.

Il Sole continuerà a brillare nella sua fase attuale ancora per miliardi di anni. La trasformazione in gigante rossa avverrà su una scala temporale di circa cinque miliardi di anni, mentre la successiva formazione della nana bianca richiederà ulteriori passaggi evolutivi.

Le simulazioni sulla stabilità dei pianeti esterni indicano che la loro sopravvivenza dopo questa trasformazione potrebbe essere limitata a tempi dell’ordine di decine di miliardi di anni.

In alcuni modelli, la dispersione completa dei pianeti avviene entro circa cento miliardi di anni.

Sono intervalli che superano ampiamente l’età attuale dell’universo, stimata in circa 13,8 miliardi di anni.

Per comprendere le proporzioni, bisogna considerare che l’intera storia della civiltà umana occupa una frazione minuscola di questi tempi.

Anche la comparsa delle prime forme di vita sulla Terra risale a un passato relativamente recente rispetto agli intervalli considerati dalle simulazioni.

Non esiste quindi alcuna minaccia imminente per il nostro pianeta derivante da questi scenari.

L’interesse scientifico riguarda piuttosto la possibilità di comprendere fino a che punto un sistema planetario possa conservare la propria struttura dopo la trasformazione della stella centrale.

Le nane bianche raccontano il destino dei pianeti

Per studiare il futuro del Sistema Solare, gli astronomi osservano anche stelle che hanno già attraversato le fasi evolutive che attendono il Sole.

Le nane bianche rappresentano una testimonianza concreta di ciò che rimane dopo la morte di molte stelle di massa piccola o intermedia.

Alcune mostrano nella propria atmosfera elementi chimici pesanti che, a causa dell’intensa gravità, dovrebbero normalmente sprofondare negli strati interni.

La loro presenza può indicare l’accrescimento recente o continuo di materiale proveniente da corpi rocciosi distrutti o perturbati.

Queste osservazioni suggeriscono che sistemi di asteroidi, planetesimi e altri oggetti possano continuare a esistere attorno alle nane bianche, subendo nel tempo profonde trasformazioni dinamiche.

Sono stati inoltre individuati candidati planetari e sistemi nei quali la presenza di pianeti attorno a residui stellari offre informazioni preziose sulla sopravvivenza dei corpi celesti dopo l’evoluzione della stella madre.

L’esistenza di questi sistemi dimostra che la formazione di una nana bianca non implica necessariamente la scomparsa immediata di tutti i pianeti.

Al tempo stesso, la presenza di detriti e materiale in accrescimento rivela quanto possano essere complesse le fasi successive.

I sistemi planetari possono attraversare lunghi periodi di stabilità apparente prima che una perturbazione modifichi radicalmente le orbite dei corpi superstiti.

Studiare queste stelle significa quindi osservare possibili anticipazioni del futuro del nostro Sistema Solare.

Un universo nel quale nulla rimane immutabile

La prospettiva di una dispersione dei pianeti esterni modifica anche il modo in cui interpretiamo la stabilità cosmica.

Nella percezione comune, le stelle nascono, brillano e infine muoiono, mentre i pianeti appaiono come corpi relativamente permanenti.

La realtà è meno semplice.

Anche i sistemi planetari possiedono una storia evolutiva, fatta di migrazioni orbitali, collisioni, espulsioni e trasformazioni gravitazionali.

Durante la formazione del Sistema Solare, circa 4,6 miliardi di anni fa, i pianeti non occupavano necessariamente le posizioni che osserviamo oggi.

I modelli di evoluzione planetaria suggeriscono che i giganti abbiano attraversato processi di migrazione e interazione gravitazionale capaci di modificare profondamente la distribuzione dei corpi minori.

La configurazione attuale rappresenta dunque il risultato di una lunga evoluzione, non una disposizione immutabile stabilita al momento della nascita del Sole.

Allo stesso modo, il futuro potrebbe essere caratterizzato da una nuova fase di riorganizzazione.

Questa volta, però, il cambiamento non sarebbe legato alla formazione dei pianeti, ma alla progressiva perdita della forza gravitazionale esercitata dalla stella centrale e all’influenza dell’ambiente galattico.

Il Sistema Solare potrebbe così attraversare una parabola evolutiva completa: dalla formazione di un disco di gas e polveri alla nascita dei pianeti, dalla lunga stabilità attuale alla trasformazione del Sole, fino alla possibile dispersione dei mondi superstiti.

Che cosa insegna questa scoperta sulla ricerca astronomica

Le ricerche sulla fine del Sistema Solare non hanno soltanto un valore teorico.

Comprendere la stabilità dei sistemi planetari permette agli astronomi di interpretare meglio ciò che osservano attorno ad altre stelle.

Negli ultimi decenni sono stati individuati migliaia di pianeti extrasolari, distribuiti in configurazioni molto differenti dalla nostra.

Esistono pianeti giganti che orbitano vicinissimi alle rispettive stelle, sistemi con orbite particolarmente eccentriche e architetture planetarie che non trovano un equivalente diretto nel Sistema Solare.

Questa varietà dimostra che i sistemi planetari possono avere storie evolutive estremamente diverse.

Le interazioni gravitazionali svolgono un ruolo determinante nella loro formazione e possono continuare a modificarne la struttura anche dopo miliardi di anni.

Studiare il destino del nostro sistema significa quindi contribuire alla comprensione di fenomeni che potrebbero interessare innumerevoli altri mondi.

Le simulazioni numeriche rappresentano uno strumento fondamentale, ma devono essere interpretate insieme alle osservazioni.

Il confronto tra modelli teorici e sistemi planetari reali consente di verificare quali meccanismi siano effettivamente plausibili e quali condizioni favoriscano la sopravvivenza dei pianeti.

In questo contesto, le nane bianche costituiscono laboratori naturali particolarmente importanti.

La loro osservazione permette di indagare ciò che accade dopo la fase di gigante rossa, mentre le simulazioni estendono questa conoscenza verso un futuro che nessuna osservazione diretta potrebbe seguire per intero.

La fine del Sistema Solare sarà una lunga separazione

La possibilità che Giove, Saturno, Urano e Nettuno vengano un giorno espulsi dalle rispettive orbite restituisce un’immagine del futuro cosmico molto diversa da quella di una distruzione improvvisa.

Il Sistema Solare potrebbe non terminare con un’esplosione o con un unico evento spettacolare.

La sua fine potrebbe assomigliare piuttosto a una separazione progressiva.

Il Sole, trasformato in nana bianca, continuerà a raffreddarsi lentamente. Attorno a esso, per un periodo ancora incerto, potrebbero sopravvivere alcuni pianeti.

Poi, attraverso incontri gravitazionali distribuiti su tempi immensi, questi mondi potrebbero allontanarsi definitivamente.

Giove potrebbe perdere il legame con la stella che ha accompagnato fin dalla propria formazione. Saturno potrebbe proseguire il suo percorso nella galassia senza più appartenere a un sistema planetario. Urano e Nettuno potrebbero conoscere un destino analogo.

Non sappiamo se questa sequenza si realizzerà esattamente in tali termini, né possiamo prevedere quale sarà l’ultimo pianeta a lasciare il residuo solare.

Sappiamo però che la gravità, responsabile della nascita e della stabilità dei sistemi planetari, può diventare anche il meccanismo della loro dispersione.

La ricerca astronomica aggiunge così una nuova dimensione alla storia del nostro angolo di universo.

Il Sole non è eterno, ma nemmeno l’ordine dei pianeti che lo circondano può essere considerato immutabile.

La configurazione che oggi osserviamo è una fase della storia cosmica, straordinariamente lunga secondo la misura umana, ma comunque destinata a trasformarsi.

E forse è proprio questo l’aspetto più significativo delle nuove simulazioni: il Sistema Solare potrebbe continuare a esistere molto dopo la morte della sua stella, senza però conservare per sempre i mondi che lo hanno accompagnato per miliardi di anni.

La sua conclusione definitiva, se questi scenari troveranno conferma, non sarà segnata soltanto dallo spegnimento del Sole, ma dal momento in cui l’ultimo pianeta cesserà di appartenergli.