I colloqui con l’inviato americano Steve Witkoff riaprono il confronto diplomatico sulla guerra in Ucraina. Mosca pone la questione della legittimità politica di Kiev, mentre l’Europa resta divisa sulla strategia da seguire.
La diplomazia torna a misurarsi con una delle crisi più complesse della storia europea contemporanea. A Oslo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avvia un nuovo confronto con Steve Witkoff, inviato del presidente statunitense Donald Trump, mentre il Cremlino ribadisce una condizione che considera fondamentale per arrivare a un accordo duraturo: la presenza di un interlocutore ucraino dotato di piena legittimità istituzionale.
L’incontro nella capitale norvegese si inserisce in una fase delicata del conflitto russo-ucraino, segnata dalla prosecuzione delle operazioni militari e dalla ricerca di una soluzione negoziale che possa superare la contrapposizione tra Mosca e Kiev.
Secondo le informazioni circolate sulla missione diplomatica, Witkoff dovrebbe raggiungere Mosca dopo il confronto con Zelensky. Una prospettiva che, qualora confermata, potrebbe attribuire all’iniziativa americana un significato politico particolarmente rilevante: quello di mantenere aperto un canale diretto con entrambe le parti coinvolte nella guerra.
Sul tavolo non ci sono soltanto il cessate il fuoco e le possibili condizioni per interrompere le ostilità. La questione riguarda il futuro assetto della sicurezza europea, il riconoscimento delle rispettive esigenze strategiche e la capacità della diplomazia internazionale di costruire un’intesa che non venga rimessa in discussione alla prima crisi.

Oslo al centro della diplomazia tra Washington, Kiev e Mosca
La scelta di Oslo come sede del confronto tra Zelensky e Witkoff conferisce alla nuova iniziativa diplomatica una dimensione europea, pur mantenendo gli Stati Uniti al centro del processo negoziale.
Washington conserva infatti una capacità di interlocuzione che potrebbe rivelarsi determinante. Da una parte, il rapporto politico e militare con Kiev; dall’altra, la possibilità di aprire un dialogo diretto con il Cremlino su questioni che vanno oltre il territorio ucraino.
La prospettiva di una successiva missione di Witkoff a Mosca appare significativa proprio per questa ragione. Una trattativa destinata a produrre risultati concreti difficilmente può prescindere dal confronto con la leadership russa, soprattutto quando le questioni da affrontare riguardano le garanzie di sicurezza, i territori contesi e gli equilibri militari nell’Europa orientale.
La Russia continua a rappresentare un interlocutore imprescindibile per qualsiasi accordo che abbia l’ambizione di interrompere stabilmente il conflitto. Riconoscere questo dato non significa condividere le decisioni del Cremlino, ma prendere atto della realtà diplomatica e strategica.
Dopo anni di combattimenti, sanzioni economiche, sostegno militare occidentale all’Ucraina e progressivo deterioramento dei rapporti tra Russia e Unione europea, l’eventuale riapertura di un negoziato strutturato potrebbe segnare un cambiamento di metodo.
La differenza, tuttavia, sarà determinata dai contenuti.
Un incontro diplomatico può ridurre le distanze, ma non elimina automaticamente le divergenze. Le posizioni russe e ucraine restano profondamente differenti, soprattutto sulle questioni territoriali e sulle condizioni necessarie per garantire una pace che entrambe le parti possano considerare accettabile.
Il Cremlino solleva la questione della legittimità di Zelensky
Uno degli elementi politicamente più delicati riguarda la richiesta russa di individuare un leader ucraino considerato legittimo per la sottoscrizione di eventuali accordi.
La posizione del Cremlino richiama una controversia istituzionale che accompagna la presidenza Zelensky dalla scadenza del suo mandato quinquennale, nel maggio 2024.
Le elezioni presidenziali ucraine, inizialmente previste per quell’anno, non si sono svolte a causa della legge marziale introdotta dopo l’invasione russa del febbraio 2022.
Secondo il quadro costituzionale e legislativo ucraino, il presidente continua a esercitare le proprie funzioni fino all’insediamento del successore, mentre la legislazione vigente impedisce lo svolgimento delle elezioni durante la legge marziale.
La Russia contesta tuttavia la piena legittimità politica di Zelensky e sostiene che la questione debba essere affrontata prima della conclusione di un’intesa definitiva.
Per Mosca, il problema non sarebbe soltanto formale. Un accordo destinato a modificare gli equilibri territoriali e strategici dovrebbe essere sottoscritto da autorità la cui capacità di impegnare giuridicamente lo Stato ucraino non possa essere successivamente contestata.
Si tratta di una posizione che merita di essere esaminata sul piano politico e giuridico, distinguendo però le obiezioni russe dalla validità effettiva delle istituzioni ucraine.
La mancata convocazione delle elezioni non comporta automaticamente la decadenza di Zelensky dalla carica presidenziale. Allo stesso tempo, la richiesta di garanzie sulla stabilità e sull’effettiva applicazione di un futuro accordo rappresenta un tema concreto per qualsiasi negoziato internazionale.
La questione centrale, dunque, non riguarda esclusivamente la persona del presidente ucraino, ma la possibilità di costruire un’intesa riconosciuta dalle istituzioni competenti e sufficientemente solida da sopravvivere ai successivi cambiamenti politici.
Un trattato di pace non può dipendere soltanto dalla volontà dei protagonisti del momento. Deve trovare fondamento in procedure giuridiche, impegni verificabili e garanzie reciproche.
Le ragioni strategiche della Russia e il nodo della sicurezza
Per comprendere la posizione di Mosca occorre considerare il peso che la sicurezza nazionale riveste nella politica estera russa.
Il Cremlino sostiene da tempo che l’espansione della NATO verso est abbia progressivamente compromesso gli equilibri strategici costruiti dopo la fine della Guerra fredda.
La prospettiva di un ulteriore avvicinamento dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica viene interpretata dalla leadership russa come un elemento di rischio per la propria sicurezza.
Questa lettura rappresenta uno dei principali argomenti utilizzati da Mosca per spiegare le proprie scelte geopolitiche.
Non costituisce, tuttavia, una giustificazione giuridica dell’invasione dell’Ucraina, che ha violato la sovranità e l’integrità territoriale di uno Stato riconosciuto internazionalmente.
La distinzione è essenziale per comprendere il conflitto senza ridurlo a una contrapposizione ideologica.
Da una parte esiste il diritto dell’Ucraina a decidere autonomamente il proprio orientamento internazionale. Dall’altra, la Russia rivendica la necessità di non vedere compromessa la propria sicurezza strategica da nuovi assetti militari ai suoi confini.
Il problema diplomatico consiste nel trovare una formula che permetta di affrontare entrambe le questioni senza riconoscere alla forza militare il diritto di determinare unilateralmente il destino di un altro Paese.
La storia europea dimostra quanto sia difficile costruire una sicurezza duratura quando una delle principali potenze continentali viene esclusa dai meccanismi di confronto.
La Russia, per dimensioni territoriali, capacità militari, risorse energetiche e peso geopolitico, rimane un attore centrale negli equilibri internazionali.
Qualunque futura architettura di sicurezza europea dovrà necessariamente misurarsi con questa realtà.
Ciò non implica accettare automaticamente le condizioni russe. Significa riconoscere che una soluzione diplomatica sostenibile richiede anche un confronto sulle preoccupazioni strategiche espresse da Mosca.
Witkoff e il possibile ritorno del dialogo diretto con Mosca
L’eventuale viaggio di Steve Witkoff nella capitale russa potrebbe rappresentare un passaggio significativo nella strategia dell’amministrazione Trump.
Il presidente americano ha più volte manifestato la volontà di perseguire una soluzione negoziale alla guerra, privilegiando il confronto diretto rispetto a una prosecuzione indefinita delle ostilità.
Questa impostazione si distingue dalla linea che ha caratterizzato una parte importante della risposta occidentale al conflitto, concentrata sul sostegno militare ed economico all’Ucraina e sull’isolamento internazionale della Russia.
Il dialogo con Mosca potrebbe consentire di affrontare questioni che difficilmente possono essere risolte attraverso il solo confronto con Kiev.
Tra queste figurano il futuro delle sanzioni, le garanzie di sicurezza, il controllo degli armamenti e i meccanismi internazionali necessari per verificare il rispetto di un eventuale cessate il fuoco.
Resta però un problema politico fondamentale: nessuna trattativa riguardante il territorio e la sovranità ucraina può produrre una soluzione pienamente legittima senza il coinvolgimento delle autorità di Kiev.
Gli Stati Uniti possono favorire il negoziato, esercitare pressioni diplomatiche e proporre compromessi. Non possono sostituirsi alle parti nella definizione dei loro obblighi internazionali.
Il successo della missione di Witkoff dipenderà quindi dalla capacità di trasformare i contatti politici in un percorso negoziale riconosciuto da entrambi i governi.
Per Mosca, il confronto diretto con Washington offre inoltre la possibilità di discutere il conflitto ucraino all’interno di una cornice strategica più ampia.
La Russia considera infatti le relazioni con gli Stati Uniti un elemento fondamentale della stabilità internazionale, anche in ragione del ruolo delle due potenze negli equilibri nucleari globali.
Il ritorno a un dialogo strutturato potrebbe contribuire a ridurre il rischio di incidenti e incomprensioni tra apparati militari, indipendentemente dall’esito immediato delle trattative sull’Ucraina.
L’Europa tra sostegno all’Ucraina e timori per la sicurezza
La ripresa dei contatti diplomatici avviene mentre le principali capitali europee manifestano sensibilità differenti sul modo di affrontare il conflitto.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha richiamato l’attenzione sul rischio che l’Europa continui a sottovalutare la minaccia rappresentata dalla Russia.
La sua posizione riflette una preoccupazione particolarmente diffusa nei Paesi dell’Europa centrale e orientale, dove la guerra in Ucraina viene considerata anche una questione di sicurezza nazionale.
Per questi governi, un accordo che non preveda garanzie sufficienti per Kiev potrebbe favorire nuove tensioni anziché prevenirle.
La rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Kaja Kallas, ha espresso una valutazione ancora più critica nei confronti dell’orientamento americano, sostenendo che Washington eserciti da quasi due anni pressioni sull’Ucraina affinché accetti condizioni assimilabili a una resa.
È una lettura politica che evidenzia la crescente distanza tra una parte delle istituzioni europee e l’amministrazione Trump.
La Casa Bianca sembra attribuire maggiore importanza alla ricerca di un’intesa negoziale, anche attraverso concessioni che Kiev potrebbe considerare difficilmente accettabili.
Diversi governi europei ritengono invece che la priorità debba restare la capacità dell’Ucraina di difendersi e negoziare senza subire imposizioni militari.
La contrapposizione pone una domanda alla quale l’Europa non ha ancora trovato una risposta condivisa: fino a quale punto è possibile sostenere la prosecuzione dello sforzo bellico senza indicare contemporaneamente un percorso politico realistico per arrivare alla pace?
Una politica di sicurezza efficace dovrebbe riuscire a conciliare deterrenza e diplomazia.
L’esperienza storica suggerisce che entrambe siano necessarie. La deterrenza può ridurre il rischio di nuove aggressioni, mentre la diplomazia consente di affrontare le cause delle tensioni e costruire strumenti di prevenzione.
Limitarsi a una delle due dimensioni rischia di produrre risultati incompleti.
Per l’Unione europea, inoltre, esiste un problema di autonomia strategica. Il continente continua a dipendere in misura significativa dalle capacità militari e tecnologiche statunitensi, pur essendo direttamente esposto alle conseguenze economiche, politiche e sociali della guerra.
Il vertice di Oslo rappresenta quindi anche un’occasione per verificare quale ruolo concreto l’Europa possa esercitare nella definizione delle condizioni di pace.
La guerra continua mentre si cercano le condizioni per negoziare
L’intensificazione dei contatti diplomatici non ha interrotto le operazioni militari.
Nuovi attacchi russi con missili e droni hanno colpito diverse aree dell’Ucraina, provocando vittime e danni alle infrastrutture civili ed energetiche.
Le informazioni disponibili il 20 ottobre indicano almeno nove morti in una nuova ondata di bombardamenti, con interruzioni della distribuzione elettrica in numerose regioni.
Mosca ha dichiarato di aver preso di mira infrastrutture logistiche e portuali ucraine, mentre le autorità russe hanno riferito di aver intercettato 136 droni ucraini.
Le dichiarazioni dei rispettivi apparati militari richiedono sempre una valutazione prudente, soprattutto quando riguardano obiettivi colpiti, perdite e risultati operativi difficilmente verificabili in maniera indipendente.
La prosecuzione dei combattimenti dimostra quanto sia complesso separare la pressione militare dall’iniziativa diplomatica.
Entrambe le parti cercano di preservare la propria posizione negoziale, ma ogni nuova giornata di guerra comporta ulteriori perdite umane e materiali.
La situazione delle infrastrutture energetiche ucraine costituisce una delle emergenze più gravi, soprattutto in vista della stagione invernale.
Le interruzioni della corrente elettrica, i danni agli impianti e le difficoltà nei servizi essenziali incidono direttamente sulla popolazione civile.
Anche il territorio russo è interessato da attacchi ucraini, in particolare contro infrastrutture energetiche e obiettivi ritenuti strategici.
Questa dimensione del conflitto ha assunto un’importanza crescente perché collega le operazioni militari alla disponibilità di carburanti, alla capacità produttiva e alla stabilità economica.
La protezione delle infrastrutture civili dovrebbe costituire uno dei primi argomenti di qualsiasi trattativa.
Un’intesa limitata agli attacchi contro gli impianti energetici, pur senza risolvere le questioni territoriali, potrebbe rappresentare una misura preliminare di riduzione delle ostilità.
La possibilità di raggiungere un simile accordo dipende tuttavia dalla disponibilità delle parti ad assumere impegni reciproci e verificabili.
Le tensioni tra Trump e Zelensky cambiano il quadro politico
Un ulteriore elemento di novità riguarda il deterioramento dei rapporti tra Washington e Kiev.
Negli ultimi giorni Donald Trump ha rivolto nuove critiche al presidente ucraino, mettendo in discussione la sua disponibilità a raggiungere un accordo e suggerendo la necessità di una diversa rappresentanza negoziale.
Il presidente americano ha inoltre assunto posizioni più concilianti nei confronti di Mosca, alimentando interrogativi sul futuro dell’assistenza statunitense all’Ucraina.
La decisione di allentare alcune restrizioni relative ai prodotti energetici russi è stata motivata dall’amministrazione americana con l’esigenza di contenere i prezzi dei carburanti.
La scelta evidenzia il legame tra politica estera, mercati energetici e priorità economiche interne degli Stati Uniti.
Kiev ha reagito manifestando preoccupazione per alcuni aspetti della cooperazione militare.
Zelensky ha denunciato difficoltà nella disponibilità dei sistemi di difesa aerea, nella ricezione di informazioni preventive sui lanci missilistici russi e nell’utilizzo di determinati servizi satellitari.
In particolare, il presidente ucraino ha richiamato l’attenzione sulla necessità di ottenere intercettori per i sistemi Patriot, considerati essenziali per contrastare gli attacchi balistici.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha cercato di ridimensionare le tensioni, respingendo l’interpretazione secondo cui Washington starebbe deliberatamente adottando misure destinate a danneggiare l’Ucraina.
Le divergenze rimangono comunque evidenti.
Per Zelensky, il mantenimento del sostegno americano rappresenta un elemento fondamentale della capacità difensiva ucraina.
Per Trump, la ricerca di una soluzione diplomatica sembra assumere un peso crescente rispetto alla prospettiva di un impegno militare occidentale prolungato.
Questa differenza di priorità potrebbe incidere profondamente sulla futura posizione negoziale di Kiev.
La Russia osserva tali sviluppi nella consapevolezza che un eventuale cambiamento dell’orientamento americano potrebbe modificare gli equilibri politici del confronto.
Resta da verificare se questa evoluzione favorisca un compromesso oppure accentui le distanze tra le parti.
Il ruolo della Russia nella futura architettura europea
Uno dei limiti del dibattito occidentale sulla guerra riguarda la difficoltà di immaginare un sistema di sicurezza continentale capace di funzionare anche dopo la cessazione delle ostilità.
La Russia non scomparirà dalla geografia politica europea al termine del conflitto.
Continuerà a condividere con il continente interessi economici, questioni energetiche, problemi di sicurezza e responsabilità legate alla stabilità internazionale.
Per questa ragione, la costruzione di una pace duratura richiederà inevitabilmente un confronto con Mosca.
Il punto non è stabilire se la Russia debba essere coinvolta, ma a quali condizioni e attraverso quali strumenti.
Un futuro accordo dovrebbe affrontare il rispetto dei confini, la sicurezza delle popolazioni, la prevenzione delle escalation militari e la definizione di meccanismi internazionali capaci di gestire eventuali controversie.
Occorrerà inoltre discutere il rapporto tra Russia e NATO, una delle questioni più sensibili dell’intero confronto.
Mosca chiede da tempo garanzie che limitino la presenza di infrastrutture militari considerate ostili nelle aree prossime al proprio territorio.
I Paesi dell’Alleanza Atlantica, soprattutto quelli confinanti con la Russia, rivendicano invece il diritto di rafforzare le proprie capacità difensive.
Una possibile trattativa dovrebbe individuare strumenti di trasparenza militare, comunicazione diretta e controllo degli armamenti.
Non sarebbe un percorso semplice, ma rappresenterebbe un’alternativa concreta alla prosecuzione indefinita di una contrapposizione fondata esclusivamente sulla forza.
Il riconoscimento della Russia come interlocutore strategico non comporta necessariamente l’accettazione delle sue rivendicazioni territoriali.
Al contrario, un confronto diplomatico serio dovrebbe permettere di distinguere le esigenze di sicurezza legittimamente negoziabili dalle pretese incompatibili con il diritto internazionale.
È proprio su questa distinzione che potrebbe misurarsi la qualità di un futuro accordo.
Il problema dei territori e le condizioni di una pace sostenibile
La questione territoriale rimane uno degli ostacoli più difficili da superare.
La Russia controlla la Crimea, annessa nel 2014 e riconosciuta internazionalmente come parte dell’Ucraina, oltre a porzioni di altre regioni ucraine occupate nel corso del conflitto.
Mosca rivendica il riconoscimento di determinati territori come parte della Federazione Russa.
Kiev respinge tali pretese e considera il ripristino della propria integrità territoriale un principio fondamentale.
La distanza tra queste posizioni rende estremamente complessa la costruzione di un’intesa definitiva.
Una delle ipotesi frequentemente discusse nel dibattito diplomatico riguarda la possibilità di distinguere la cessazione delle ostilità dalla soluzione giuridica delle controversie territoriali.
In termini pratici, questo significherebbe cercare inizialmente un accordo per interrompere i combattimenti, rinviando a successivi negoziati alcune questioni particolarmente controverse.
Un simile modello non implicherebbe necessariamente il riconoscimento internazionale delle annessioni territoriali.
Potrebbe invece configurarsi come un’intesa provvisoria, accompagnata da strumenti di monitoraggio e da un calendario negoziale.
Il problema principale sarebbe garantirne la tenuta.
Un cessate il fuoco privo di verifiche, responsabilità e garanzie rischierebbe di trasformarsi in una semplice sospensione temporanea della guerra.
La Russia dovrebbe poter valutare l’effettiva credibilità degli impegni assunti sul piano della sicurezza, mentre l’Ucraina avrebbe bisogno di garanzie contro nuove operazioni militari.
Il ruolo degli Stati Uniti e dei Paesi europei potrebbe risultare decisivo nella definizione di tali meccanismi.
L’eventuale partecipazione di organismi internazionali, osservatori e strutture di verifica dovrebbe essere oggetto di un accordo specifico.
La difficoltà è evidente: ciò che Mosca considera una garanzia strategica può essere percepito da Kiev come una limitazione della propria sovranità.
Superare questa contraddizione richiederà una diplomazia capace di produrre soluzioni giuridicamente sostenibili, non soltanto dichiarazioni politiche.
Energia, sanzioni e interessi economici nel negoziato
La guerra in Ucraina ha modificato profondamente i rapporti economici tra Russia ed Europa.
Le sanzioni occidentali hanno colpito numerosi settori dell’economia russa, mentre Mosca ha progressivamente riorientato una parte significativa dei propri scambi commerciali verso altri mercati.
L’Unione europea ha ridotto la dipendenza dalle forniture energetiche russe, sostenendo costi di adattamento e investendo nella diversificazione degli approvvigionamenti.
Queste trasformazioni hanno prodotto conseguenze che vanno oltre il conflitto.
La sicurezza energetica è diventata una componente centrale delle politiche industriali europee, mentre il commercio internazionale ha risentito delle restrizioni finanziarie e delle nuove priorità geopolitiche.
L’allentamento di alcune misure americane sui prodotti energetici russi dimostra quanto il rapporto tra sanzioni e stabilità dei mercati rimanga complesso.
Le restrizioni economiche costituiscono uno strumento di pressione politica, ma i loro effetti devono essere valutati anche in relazione ai prezzi, alle catene di approvvigionamento e alla capacità di adattamento dei Paesi interessati.
Per Mosca, la possibile revisione delle sanzioni rappresenta uno degli argomenti di maggiore interesse in un eventuale negoziato.
Per Washington, le misure economiche possono costituire uno strumento da utilizzare per favorire concessioni reciproche.
L’Europa, invece, dovrà valutare come conciliare le proprie esigenze economiche con gli obiettivi di sicurezza.
Un eventuale ritorno a rapporti commerciali più stabili con la Russia non sarebbe automatico.
Richiederebbe decisioni politiche, garanzie giuridiche e una revisione progressiva delle restrizioni esistenti.
La normalizzazione economica potrebbe rappresentare un incentivo negoziale, ma difficilmente potrà precedere un accordo credibile sulle questioni fondamentali del conflitto.
Perché il confronto diretto con Putin può diventare decisivo
L’eventuale incontro tra Steve Witkoff e Vladimir Putin potrebbe offrire un’indicazione più precisa sulle reali possibilità di avanzamento del processo diplomatico.
Il Cremlino ha manifestato interesse per un nuovo confronto con l’inviato americano, ritenendo utile ricevere aggiornamenti sulle posizioni maturate nei colloqui con Kiev e con i rappresentanti europei.
Il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha fatto riferimento alla possibilità di discutere il processo di pace e altre questioni di particolare rilevanza.
Al momento, tuttavia, la disponibilità al dialogo non equivale all’esistenza di un accordo.
Il passaggio da Oslo a Mosca avrebbe soprattutto il valore di un tentativo di avvicinamento tra posizioni che rimangono distanti.
Per Putin, il confronto potrebbe rappresentare l’occasione di ribadire le condizioni considerate indispensabili dalla leadership russa.
Per l’amministrazione Trump, potrebbe consentire di verificare quali margini di compromesso siano effettivamente disponibili.
La diplomazia americana dovrà però affrontare una difficoltà sostanziale: evitare che un’eventuale intesa con Mosca venga percepita da Kiev e dagli alleati europei come una decisione già presa senza il loro consenso.
Una pace costruita attraverso pressioni unilaterali potrebbe incontrare problemi di applicazione e di riconoscimento politico.
Al contrario, un accordo fondato su impegni reciprocamente accettati avrebbe maggiori possibilità di consolidarsi.
La Russia, da parte sua, avrebbe interesse a ottenere garanzie che non dipendano esclusivamente dai rapporti personali tra i leader, ma siano incorporate in strumenti diplomatici stabili.
Il confronto con Washington potrebbe quindi assumere una portata più ampia rispetto alla sola questione ucraina, interessando il futuro delle relazioni tra le due potenze.
Oslo può aprire una nuova fase, ma la pace richiede realismo
Il vertice nella capitale norvegese mette in evidenza una trasformazione del confronto diplomatico.
La prospettiva di una soluzione esclusivamente militare appare sempre più problematica, mentre le conseguenze economiche e umanitarie della guerra continuano ad accumularsi.
La Russia mantiene un ruolo determinante nella definizione degli equilibri regionali, gli Stati Uniti cercano nuovi margini di iniziativa e l’Europa tenta di preservare la propria influenza sul processo negoziale.
Kiev, nel frattempo, deve confrontarsi con la necessità di difendere la propria sovranità e con una crescente pressione internazionale affinché vengano individuate condizioni realistiche per interrompere le ostilità.
La richiesta russa di garanzie sulla legittimità dell’interlocutore ucraino, pur controversa, segnala quanto Mosca attribuisca importanza alla validità politica e istituzionale di un eventuale accordo.
La questione dovrà essere affrontata senza confondere la posizione negoziale del Cremlino con un giudizio definitivo sulla legittimità costituzionale di Zelensky.
Allo stesso modo, le preoccupazioni russe sulla sicurezza non possono essere ignorate, ma neppure trasformate in un principio che autorizzi l’uso della forza contro uno Stato confinante.
Il realismo diplomatico richiede di tenere insieme questi elementi, anche quando risultano difficili da conciliare.
L’Europa dovrà decidere se contribuire attivamente alla costruzione di un nuovo equilibrio oppure limitarsi a reagire alle iniziative di Washington.
Gli Stati Uniti dovranno dimostrare di poter favorire un compromesso senza compromettere la credibilità delle garanzie offerte.
La Russia sarà chiamata a chiarire quali condizioni consideri realmente negoziabili e quali impegni sia disposta ad assumere per rendere stabile la cessazione delle ostilità.
L’Ucraina dovrà poter partecipare a questo processo attraverso le proprie istituzioni, senza che il suo futuro venga deciso esclusivamente dalle grandi potenze.
Il valore politico dei colloqui di Oslo si misurerà dunque nella capacità di aprire un confronto concreto con Mosca.
Dopo anni nei quali il linguaggio della forza ha prevalso su quello del compromesso, la possibilità di riportare Russia, Ucraina, Stati Uniti ed Europa attorno a un percorso negoziale rappresenta un’opportunità che merita attenzione.
Non sarà sufficiente una dichiarazione di principio, né basterà annunciare nuovi incontri.
Occorreranno proposte verificabili, disponibilità reciproche e una visione della sicurezza europea capace di andare oltre l’emergenza immediata.
La pace non potrà essere costruita negando il peso geopolitico della Russia, ma nemmeno sacrificando i principi della sovranità nazionale e del diritto internazionale.
È in questo equilibrio difficile, e non nelle contrapposizioni ideologiche, che si giocherà il futuro delle relazioni tra Mosca e l’Occidente.
Se la missione di Witkoff riuscirà a trasformare le attuali aperture diplomatiche in un confronto sostanziale, Oslo potrebbe essere ricordata come uno dei passaggi che hanno contribuito a riportare il negoziato al centro della crisi ucraina.
Per il momento, il risultato più importante resta ancora da raggiungere: convincere le parti che un accordo credibile possa garantire maggiore sicurezza di un’altra stagione di guerra.
