Un ritrovamento casuale nel delta del Nilo riporta alla luce testimonianze monumentali dell’antico Egitto. La testa di una delle sculture misura 1,60 metri e potrebbe appartenere a una statua alta oltre otto metri. Ottobre 2026 si conferma un mese ricco di scoperte archeologiche.
Un blocco di pietra affiorato tra i campi, alcune iscrizioni geroglifiche e la decisione di avvertire le autorità. È cominciata così una delle scoperte archeologiche più significative avvenute in Egitto nell’ottobre 2026. Protagonista un agricoltore della regione del delta del Nilo che, durante il lavoro nei propri terreni, si è imbattuto in un reperto apparentemente isolato. L’intervento degli archeologi ha successivamente portato alla luce frammenti appartenenti a due statue colossali, una delle quali identificata con il faraone Ramses II.
Il ritrovamento è avvenuto a Behbeit el-Hagar, nel governatorato di Gharbia, un’area conosciuta dagli studiosi per la presenza dei resti di un importante complesso templare dedicato alla dea Iside.
La scoperta assume particolare interesse per le dimensioni delle sculture e per il contesto archeologico nel quale sono state individuate. Una delle teste recuperate raggiunge infatti un’altezza di circa 1,60 metri, una misura che ha indotto gli specialisti a ipotizzare per la statua originaria un’altezza complessiva di circa 8,5 metri.
Una testimonianza monumentale che potrebbe contribuire ad approfondire la conoscenza della presenza e della rappresentazione del potere faraonico in questa regione dell’antico Egitto.

La scoperta nel delta del Nilo: dalle iscrizioni geroglifiche alle statue monumentali
Behbeit el-Hagar si trova in una delle aree storicamente più importanti del territorio egiziano. Il delta del Nilo, grazie alla fertilità delle sue terre e alla presenza di numerosi collegamenti fluviali, ha rappresentato per millenni un centro di attività agricole, commerciali e religiose.
Proprio in questo paesaggio, dove la vita quotidiana continua a svilupparsi intorno ai terreni coltivati, un agricoltore ha individuato un blocco di pietra recante iscrizioni geroglifiche.
L’uomo ha segnalato il ritrovamento alle autorità competenti, consentendo l’avvio di un intervento archeologico di emergenza da parte del Consiglio Supremo delle Antichità egiziano.
Gli scavi hanno restituito frammenti di due sculture di dimensioni eccezionali.
Il reperto più significativo è una testa monumentale attribuita a Ramses II. Le sue proporzioni hanno permesso agli studiosi di formulare una prima ipotesi sulle dimensioni della statua completa, che avrebbe potuto raggiungere gli otto metri e mezzo di altezza.
È stato inoltre individuato un secondo frammento statuario, anch’esso provvisoriamente associato al celebre sovrano, insieme a un blocco di granito rosa sul quale compaiono diversi titoli reali.
La presenza di iscrizioni costituisce un elemento di particolare valore scientifico. Nell’archeologia egizia, infatti, i testi geroglifici possono offrire informazioni sull’identità dei sovrani, sulle loro titolature ufficiali e sulle funzioni religiose o celebrative dei monumenti.
L’attribuzione della seconda statua richiederà ulteriori verifiche, così come la ricostruzione della collocazione originaria dei reperti.
Ramses II, il faraone che affidò alla pietra la propria immagine
Il nome di Ramses II occupa una posizione centrale nella storia dell’antico Egitto.
Sovrano della XIX dinastia, regnò nel XIII secolo avanti Cristo, approssimativamente dal 1279 al 1213 a.C., durante una delle fasi di maggiore prestigio politico e monumentale della civiltà faraonica.
Il suo lungo regno fu caratterizzato da un’intensa attività edilizia, dalla realizzazione di grandi complessi religiosi e dalla diffusione di immagini celebrative della monarchia.
Le statue colossali costituivano uno degli strumenti più evidenti attraverso i quali il faraone manifestava la propria autorità.
Le dimensioni monumentali non rispondevano esclusivamente a esigenze estetiche. Nella cultura egizia, la rappresentazione del sovrano era strettamente legata alla dimensione religiosa e alla concezione sacrale della regalità.
La figura del faraone esprimeva l’ordine politico e cosmico, mentre la monumentalità delle immagini contribuiva a rendere visibile la continuità del suo potere.
Ramses II fece largo ricorso a questo linguaggio.
Tra le testimonianze più celebri del suo regno figurano i templi di Abu Simbel, nell’Egitto meridionale, dove quattro statue monumentali del sovrano dominano la facciata del Grande Tempio.
Anche il Ramesseum, il suo complesso funerario sulla riva occidentale del Nilo presso Luxor, conserva testimonianze della straordinaria ambizione architettonica della sua epoca.
Il ritrovamento di Behbeit el-Hagar si inserisce in questa tradizione monumentale, pur richiedendo ulteriori studi per chiarire la storia specifica delle sculture recuperate.
Behbeit el-Hagar e il grande santuario dedicato alla dea Iside
L’importanza della scoperta è legata anche al luogo nel quale è avvenuta.
Behbeit el-Hagar conserva i resti di un grande santuario dedicato a Iside, una delle divinità più importanti del pantheon egizio.
Dea associata alla maternità, alla protezione e alla magia, Iside occupava un ruolo fondamentale nella mitologia religiosa dell’antico Egitto. Il suo culto conobbe una diffusione particolarmente ampia e, durante l’età ellenistica e romana, raggiunse numerose regioni del Mediterraneo.
Il complesso templare di Behbeit el-Hagar è noto soprattutto per le sue testimonianze monumentali di epoca tarda, in particolare tolemaica.
La presenza di frammenti attribuiti a Ramses II introduce pertanto un elemento di interesse nella ricostruzione della storia del sito e delle sue diverse fasi di frequentazione.
Occorre tuttavia distinguere la datazione delle statue da quella delle strutture templari oggi conosciute.
La scoperta di reperti riconducibili a un sovrano del Nuovo Regno non dimostra automaticamente che il santuario conservato fosse già esistente nella medesima forma durante il suo regno.
I materiali potrebbero appartenere a differenti fasi storiche oppure essere stati trasferiti e riutilizzati in epoche successive.
Saranno l’analisi stratigrafica, lo studio delle iscrizioni e il confronto con altri reperti a consentire una ricostruzione più precisa.
Alessandria, un anello di bronzo restituisce l’immagine del celebre Faro
Il ritrovamento delle statue non rappresenta l’unica novità archeologica emersa in Egitto durante ottobre.
Un’altra scoperta significativa proviene dalle acque di Alessandria, dove una missione dell’Istituto europeo di archeologia subacquea, diretta dall’archeologo francese Franck Goddio, ha recuperato un anello-sigillo in bronzo recante una raffigurazione del celebre Faro.
Il reperto è stato individuato nell’area dell’antica isola di Antirhodos, oggi sommersa, dove si trovano i resti di un complesso palaziale risalente all’epoca tolemaica.
Il Faro di Alessandria, considerato una delle Sette meraviglie del mondo antico, fu uno dei monumenti più rappresentativi della città fondata da Alessandro Magno.
Costruito sull’isola di Pharos durante il periodo tolemaico, svolgeva una funzione essenziale per la navigazione e costituiva contemporaneamente un simbolo della potenza economica e culturale della città.
L’anello recuperato presenta un interesse particolare perché, secondo i ricercatori, potrebbe costituire il primo esempio conosciuto di anello-sigillo decorato con un’immagine del monumento.
La raffigurazione si aggiunge alle testimonianze iconografiche già note attraverso monete, testi e altre rappresentazioni antiche.
Il suo studio potrà contribuire ad approfondire le modalità con cui il Faro veniva raffigurato e riconosciuto nel mondo antico.
A Tell Nasser emerge un complesso termale di epoca tolemaico-romana
Un’ulteriore testimonianza della ricchezza archeologica egiziana proviene dal sito di Tell Nasser, nella regione di Port Said.
Qui gli studiosi hanno documentato un complesso termale risalente all’epoca tolemaico-romana, rimasto in funzione fino al II secolo dopo Cristo.
La struttura comprende piscine, sedili in pietra e sistemi destinati all’approvvigionamento e allo smaltimento dell’acqua.
Tra gli elementi architettonici individuati figurano due ambienti circolari, ciascuno con un diametro di circa cinque metri.
Secondo le informazioni diffuse dagli archeologi, si tratta della prima struttura di questa tipologia documentata nell’area.
La scoperta offre nuovi elementi per comprendere l’organizzazione degli spazi destinati alle pratiche termali e alla vita quotidiana durante le fasi ellenistica e romana della storia egiziana.
La presenza di impianti idraulici articolati testimonia inoltre il livello di competenza tecnica raggiunto nella progettazione di edifici destinati all’utilizzo collettivo dell’acqua.
La notizia è stata diffusa nel mese di ottobre, sebbene il ritrovamento risalga a un periodo precedente.
Saqqara, scoperta la tomba di Weni, alto funzionario dell’Antico Regno
Il 26 ottobre 2026 è stata annunciata un’altra scoperta di rilievo, questa volta nella necropoli di Saqqara, uno dei più importanti siti funerari dell’antico Egitto.
Una missione del Consiglio Supremo delle Antichità ha individuato una tomba appartenente a Weni, un alto funzionario dell’Antico Regno che ricoprì l’incarico di tesoriere del re del Basso Egitto.
La sepoltura ha restituito diversi oggetti di interesse archeologico.
Tra questi figurano due piccole statuette lignee raffiguranti personaggi in atteggiamento di preghiera e alcuni strumenti in bronzo.
Per questi ultimi è stata avanzata l’ipotesi di un possibile impiego in ambito medico, ma la loro funzione non risulta ancora definitivamente accertata.
Particolare attenzione è stata dedicata anche allo studio dei resti umani.
Le prime analisi suggeriscono che Weni avesse superato i cinquant’anni al momento della morte.
Sono state inoltre osservate problematiche dentarie e tracce compatibili con uno sforzo fisico prolungato durante la vita.
Si tratta di informazioni che, se confermate dagli approfondimenti antropologici, potrebbero contribuire alla conoscenza delle condizioni di salute e delle attività quotidiane nell’Egitto dell’Antico Regno.
Lo studio delle sepolture permette infatti di ricostruire aspetti della società che le grandi testimonianze monumentali non sempre documentano.
Accanto alla rappresentazione ufficiale del potere, emergono informazioni sulla salute, sulle abitudini e sulle condizioni materiali degli individui.
Abu Simbel, il sole illumina il santuario di Ramses II
Il mese di ottobre ha riportato l’attenzione anche su uno dei fenomeni astronomici più conosciuti dell’antico Egitto.
Il 22 ottobre, nel Grande Tempio di Abu Simbel, si è verificato il tradizionale allineamento solare che permette ai raggi del sole di penetrare attraverso l’ingresso monumentale e raggiungere le statue collocate nel santuario interno.
Il fenomeno è legato all’orientamento architettonico dell’edificio, realizzato durante il regno di Ramses II.
La disposizione degli ambienti e l’asse del tempio consentono alla luce solare di attraversare una parte considerevole della struttura in determinati periodi dell’anno.
Questo particolare effetto luminoso rappresenta una delle testimonianze più note del rapporto tra architettura monumentale, osservazione astronomica e simbolismo religioso nella civiltà faraonica.
Il complesso di Abu Simbel possiede inoltre una storia moderna straordinaria.
Negli anni Sessanta del Novecento, durante la costruzione della grande diga di Assuan, i templi furono smontati e ricollocati in una posizione più elevata per evitare che venissero sommersi dalle acque del lago Nasser.
L’operazione, realizzata nell’ambito di una campagna internazionale promossa dall’UNESCO, costituisce ancora oggi uno degli interventi più significativi nella storia della conservazione del patrimonio culturale.
L’archeologia egiziana tra scoperte casuali e ricerca scientifica
Le notizie provenienti dall’Egitto nell’ottobre 2026 mostrano quanto differenti possano essere le circostanze attraverso le quali il patrimonio archeologico torna alla luce.
Nel delta del Nilo è stata la segnalazione di un agricoltore a permettere l’avvio di uno scavo.
Ad Alessandria, invece, il ritrovamento di un piccolo oggetto in bronzo è il risultato di attività specialistiche di archeologia subacquea.
A Tell Nasser e Saqqara, le indagini hanno restituito testimonianze relative rispettivamente alla vita quotidiana e alle pratiche funerarie.
Ogni scoperta richiede metodologie di studio differenti, ma tutte contribuiscono alla ricostruzione di una civiltà la cui storia si sviluppa attraverso millenni di trasformazioni politiche, religiose e sociali.
Il caso di Behbeit el-Hagar evidenzia soprattutto l’importanza della collaborazione tra cittadini e istituzioni preposte alla tutela.
La tempestiva segnalazione del blocco iscritto ha consentito agli archeologi di intervenire sul luogo e di documentare il ritrovamento.
In archeologia, il contesto nel quale un oggetto viene individuato è spesso importante quanto il reperto stesso. La posizione dei materiali, i rapporti tra gli strati del terreno e la presenza di altri elementi possono fornire informazioni decisive per comprenderne la storia.
Un manufatto estratto senza adeguata documentazione rischia di perdere una parte considerevole del proprio valore scientifico.
La tutela del patrimonio archeologico dipende quindi anche dalla capacità di riconoscere e proteggere le testimonianze che emergono accidentalmente durante le normali attività umane.
Due statue colossali e nuove domande sulla storia del delta del Nilo
Le sculture individuate a Behbeit el-Hagar rappresentano il risultato più imponente di questa stagione di ritrovamenti.
La testa monumentale attribuita a Ramses II, con i suoi 160 centimetri di altezza, offre già un’indicazione della straordinaria scala dell’opera originaria.
La possibile ricostruzione di una statua alta circa 8,5 metri testimonia l’ambizione monumentale della produzione artistica legata alla regalità faraonica.
Rimangono tuttavia questioni che soltanto ulteriori indagini potranno chiarire: la collocazione iniziale delle statue, il loro rapporto con il contesto templare, l’eventuale presenza di altri frammenti e la precisa attribuzione della seconda scultura.
Lo studio delle iscrizioni sul blocco di granito rosa potrà fornire elementi utili per approfondire queste problematiche.
La scoperta assume così un significato che supera le dimensioni eccezionali dei reperti.
Il valore archeologico risiede soprattutto nella possibilità di ricostruire una parte della storia monumentale del delta del Nilo, un territorio nel quale le trasformazioni del paesaggio e la continuità delle attività agricole hanno contribuito a nascondere numerose testimonianze del passato.
Per il momento, il dato più significativo rimane quello da cui tutto ha avuto origine: un agricoltore ha riconosciuto l’anomalia di una pietra incisa e ha scelto di segnalarla. Da quel gesto è nata un’indagine che ha restituito agli studiosi due testimonianze monumentali della civiltà faraonica.
