Oltre due milioni di persone vivono ancora sotto assedio nella Striscia di Gaza: ospedali al collasso, acqua non potabile e migliaia di civili senza cure mentre l’attenzione globale si sposta altrove
A Striscia di Gaza si continua a morire nel silenzio quasi assoluto della comunità internazionale. Mentre i riflettori mediatici globali si concentrano su nuovi scenari di guerra e tensioni geopolitiche, nell’enclave palestinese oltre due milioni di persone sopravvivono da più di due anni in condizioni che le organizzazioni umanitarie definiscono catastrofiche.
Nonostante l’entrata in vigore della tregua lo scorso ottobre, la violenza non si è fermata. Secondo gli ultimi dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, almeno 880 persone sarebbero state uccise da attacchi israeliani dopo l’accordo di cessate il fuoco. Intanto la popolazione civile continua a vivere tra macerie, sfollamenti forzati, scarsità di acqua e un sistema sanitario ormai al limite del collasso.
Una popolazione intrappolata tra sfollamenti e bombardamenti
Le immagini di Gaza sono progressivamente scomparse dalle aperture dei telegiornali internazionali, ma la realtà sul terreno racconta una crisi ancora profondamente aperta. Interi quartieri risultano distrutti, migliaia di famiglie vivono in rifugi improvvisati e vaste aree residenziali continuano a essere considerate insicure.
Nel suo ultimo rapporto, l’OCHA denuncia che uomini, donne e bambini restano “esposti a continui rischi per la salute e l’ambiente”, mentre proseguono le segnalazioni di attacchi contro aree civili. La maggior parte della popolazione è ancora sfollata e senza prospettive concrete di ritorno a una vita normale.

A rendere ancora più drammatica la situazione è il progressivo isolamento mediatico del conflitto. Gaza sembra essere uscita dal radar internazionale proprio mentre gli indicatori umanitari peggiorano giorno dopo giorno.
Oltre 50mila persone necessitano di riabilitazione urgente
Dietro i numeri della guerra si nasconde una generazione intera segnata da ferite permanenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che oltre 43mila persone abbiano riportato lesioni irreversibili, tra amputazioni, danni spinali, ustioni e traumi cerebrali. Uno su quattro è un bambino.
Secondo le agenzie sanitarie internazionali, più di 50mila persone necessitano oggi di cure riabilitative a lungo termine. Ma nella Striscia praticamente nessuna struttura specializzata è pienamente operativa.
Le carenze riguardano tutto: protesi, medicinali, attrezzature mediche, carburante per alimentare i generatori e persino strumenti di base per la fisioterapia. Molti pazienti vengono dimessi troppo presto oppure non riescono ad accedere alle cure necessarie, aumentando il rischio di disabilità permanenti.
Le restrizioni sulle importazioni imposte da Israele continuano inoltre a limitare l’ingresso di apparecchiature mediche essenziali, aggravando ulteriormente il collasso sanitario.
Gli aiuti umanitari entrano con il contagocce
Le organizzazioni umanitarie internazionali denunciano da mesi la quasi paralisi delle operazioni di soccorso. Secondo i dati OCHA, nei primi undici giorni di maggio soltanto un camion su due proveniente dall’Egitto è riuscito a scaricare gli aiuti presso i valichi controllati da Israele.
La mancanza di carburante, i danni alle infrastrutture stradali e le restrizioni alla circolazione impediscono una distribuzione efficace degli aiuti. Anche le attività di bonifica degli ordigni inesplosi e la rimozione delle macerie risultano fortemente rallentate.
Le ong locali e internazionali continuano a chiedere l’apertura di corridoi umanitari e sanitari permanenti per consentire ai civili di ricevere cure mediche adeguate fuori dalla Striscia. Ma gli appelli, finora, hanno prodotto risultati limitati.

L’acqua come emergenza umanitaria
Tra le crisi più gravi c’è quella legata all’accesso all’acqua. A Gaza il 98% dell’acqua non è considerato potabile e quasi il 90% delle infrastrutture idriche risulta danneggiato o distrutto.
Le stazioni di pompaggio funzionano a intermittenza per la mancanza di carburante, mentre la contaminazione delle falde aumenta il rischio di epidemie e malattie infettive.
Negli ultimi mesi diverse organizzazioni umanitarie hanno denunciato come l’accesso all’acqua sia diventato uno degli strumenti più devastanti della crisi umanitaria in corso. Le condizioni igienico-sanitarie nei campi profughi improvvisati continuano infatti a peggiorare, soprattutto per bambini e anziani.
Una crisi umanitaria sempre più invisibile
Il dramma di Gaza si consuma oggi in una pericolosa assenza di attenzione internazionale. Mentre le istituzioni umanitarie chiedono accesso pieno e senza ostacoli agli aiuti, la popolazione continua a vivere sospesa tra emergenza sanitaria, distruzione e precarietà assoluta.
Secondo gli operatori presenti sul campo, senza un’immediata apertura umanitaria e una ricostruzione delle infrastrutture essenziali, la Striscia rischia di trasformarsi definitivamente in una crisi cronica senza ritorno.
Nel frattempo, a Gaza, la sopravvivenza quotidiana resta l’unica priorità possibile.
